sabato 18 ottobre 2025

DI MARIONETTE, BURATTINI E DI COSA DICONO SULLA NOSTRA VITA / PUPPETS AND WHAT THEY CAN TELL US ABOUT OUR LIVES

Ho sempre avuto un rapporto speciale con le marionette e i burattini. Le marionette sono associate alla mia infanzia, quando mia mamma portava me e mio fratello al “teatro dei bambini” e c’era sempre uno spettacolo di marionette. A casa avevo le marionette dei nonni con cui ho giocato per anni. Sono cresciuta leggendo e ascoltando in audio-libro Pinocchio, e mi ricordo che sognavo di burattini diventati bambini. Ma se ci penso bene, si è sempre trattato di un rapporto un po ambivalente. Marionette e burattini mi facevano un po tristezza e paura. I loro visi dipinti e espressivi ma inanimati, fino a quando una magia li rendeva vivi, li rendeva attiranti ma anche poco comprensibili ai miei occhi di bambina.

Con le marionette e i burattini ci ho giocato, ho assistito a spettacoli e ne ho animati tanti. Ma ho sempre fatto fatica a sentirli davvero MIEI. Quasi come se appartenessero a un altro mondo, con confini ben delineati. Un mondo la cui porta era aperta solo per periodi molto limitati. Per un certo periodo credo di averli visti come giocattoli antichi, fuori moda, arrivati da un altro pianeta. Per tornare a Pinocchio, lo stesso mestiere di burattinaio è restato per tanto tempo qualcosa di quasi alieno, indefinibile.

Marionette di casa

Crescendo, le cose sono cambiate. Le marionette sono diventate un ancoraggio agli affetti, un modo per aprire la porta del mio passato, e di quello delle persone care. Non più aliene ma custodi delle memorie di tutte le persone che le avevano fabbricate, toccate, usate. Dopo la morte dei miei nonni, quando mia mamma ha ritrovato le loro vecchie marionette, le ha ri-dipinte e ri-vestite, e mi ha mandato le foto perché non ero in Italia in quel momento, mi sono sentita a casa.

Viaggiando, mi sono resa conto che le marionette popolavano la cultura e la storia di paesi diversi dal mio. Mi sono resa conto che erano molto di piu che giocattoli. Erano la memoria storica e affettiva di intere comunità. Erano il modo per trasmettere e custodire messaggi sociali, religiosi, politici. Dove ho potuto, mi sono data da fare per conoscere le marionette locali. Come a Bali e in Vietnam. Ogni spettacolo mi ha vista incantata e commossa, e credo mi abbia aiutato a meglio conoscere tutti quei paesi.

Teatro di marionette sull'acqua - Vietnam

Qualche giorno appena dopo il mio arrivo a Phnom Penh, ho trovato per caso un post che parlava di uno spettacolo tradizionale Khmer di marionette. Ci sono andata di corsa. Dopo il covid, la compagnia non aveva più un teatro stabile, ma un pub si era offerto di ospitarli. Ricordo ancora il mio arrivo dubitante al pub, accolta dall’odore di patatine fritte e birra, e poi, una volta varcata la porta della saletta adibita a teatro, entrare in un altro mondo. Tutti i dialoghi erano in Khmer e non avevo capito una parola, ma le scene di vita campestre e agricola, le danze, l’allegria mi avevano catturato.

Qualche giorno fa sono tornata nello stesso pub per assistere questa volta a uno spettacolo di marionette del Myanmar. Confesso che prima di andare, non sapevo nulla di questo teatro. Eravamo solo in tre nella sala. Ad accoglierci, un signore gentilissimo, che si è poi presentato come Mr. Htwe, il capo famiglia della Htwe OO Myanmar Traditional Puppet Show. Ci ha accolti come si accolgono a casa invitati importanti. Senza te e pasticcini forse, ma con un’attenzione e una premura a cui non sono abituata con estranei. Ci ha fatto conoscere la storia del teatro tradizionale burmese, inizialmente animato nei palazzi reali, e poi, dopo la conquista britannica, trasferito nelle pagode ad accompagnare e integrare performance religiose. Ci ha raccontato di come le performances durassero in media 7-8 ore, dalla sera all’alba, con una prima parte aperta ai bambini, dedicata agli incontri/scontri tra gli animali mitici inclusa quella tra i due demoni rappresentati il bene e il male, e una seconda piu adulta dedicata ai Jataka, i racconti delle vite passate di Buddha.

La famiglia di Htwe in mezzo alle marionette

Mr. Htwe è riuscito, nei ridotti spazi della sala in cui ci trovavamo, a farmi vedere come doveva essere un vero spettacolo teatrale, con un palco di circa 6 metri, con circa 10 marionettisti a spettacolo, con un’intera orchestra di circa 70 elementi e circa 5 cantanti ad accompagnare la performance (tutti uomini, visto che le donne non erano ammesse). Mr Htwe è riuscito a trasmettermi il senso di passione per questa arte teatrale, che come in altri paesi, si tramanda di padre in figlio, e che come in altri paesi, sta scomparendo. Sono poche le famiglie storiche di marionettisti rimaste in Myanmar. Mr. Htwe ci ha detto con un sorriso, che la sua non lo è. Ha creato il suo teatro con sua moglie, Madame OO nel 2006, insieme ai due figli, che allora erano solo bambini, e con due maestri marionettisti che li hanno aiutati nei primi anni, insegnando loro come manovrare le decine di fili che ogni marionette possiede

La danza dei Kinnara

Gli anni sono passati. Oggi, Il teatro è Mr Htwe, sua moglie e i due figli, diventati incredibili marionettisti di questo teatro in miniatura che continua a farci apprendere la storia e la cultura del Myanmar. Lo spettacolo dura circa 45 minuti, ma ho potuto assistere allo scontro tra i demoni e a quello tra il drago e Garuda, alla danza dei Kinnara (creature mitiche, metà uomo e metà uccello), allo sposalizio della contadina zitella e tanto altro. 

Mr Htwe e la sua famiglia hanno lasciato il Myanmar, e il teatro diventa forse anche un mezzo per ricordarsi chi si è e da dove si viene. E ricordarlo anche a me. Le marionette non mi hanno piu paura, e anzi mi aiutano a mettere da parte quelle che mi porto dietro. In scena, tutto è possibile, le principesse vengono salvate, le zitelle trovano marito, il bene sconfigge il male. Anche a spettacolo finito, le marionette restano a ricordarci che anche noi possiamo prendere in mano i fili delle nostre vite.

Non so in base a quali criteri si definisca una tradizionale famiglia di marionettisti, ma Htwe OO Myanmar è stata la porta d’accesso che cercavo in questo momento. Se qualcun altro fosse interessato, sappiate che:

Htwe OO Myanmar Traditional puppet show si tiene ogni domenica a Phnom Penh, al Box Office alle 3 pm

Per chi fosse in Italia, in zona Milano, il Htwe OO Myanmar Traditional puppets show sarà a Milano il 26 e 27 novembre

Se volete sapere di piu: 

English version

I've always had a special relationship with marionettes and puppets. Puppets are associated with my childhood, when my mother would take my brother and me to the children's theater and there was always a puppet show. At home I had my grandparents' puppets that I played with for years. I grew up reading and listening to Pinocchio on audiobook, and I remember having dreams (or nightmares) of puppets being transformed in real children for a long time. But if I think about it, it has always been a somewhat ambivalent relationship. Puppets made me a little sad and scared. Their painted, expressive yet inanimate faces, until some magic brought them to life, made them attractive but also hard to understand to my childish eyes.

I played with marionettes and puppets, watching or performing shows. But I always struggled to feel like they were truly MINE. Almost as if they belonged to another world, with clearly defined boundaries from my own one. A world whose door was open only for very limited time. For a while, I think I saw them as old, out-of-fashion toys, from another planet. To return to Pinocchio, the very profession of puppeteer remained something almost alien, indefinable for a long time.

As I grew up, things changed. Especially as I started travelling far from home, puppets became an anchor to affection, a way to open the door to my past, and that of my loved ones. No longer alien, but custodians of the memories of all the people who had made, touched, used them. After my grandparents' death, when my mother found their old puppets, repainted and redressed them, and sent me photos, I felt at home despite the distance. I felt like my grandparents, their lives, their plays with me, were still with me.

As I started travelling, I realized that puppets populated the culture and history of countries other than my own. I realized they were much more than toys. They were the historical and emotional memory of entire communities. They were a way to transmit and preserve social, religious, and political messages. Wherever I could, I made an effort to get into local puppets. I did in Bali and in Vietnam. Each show enchanted and moved me, and I feel like it helped me better understand all those countries.

Just a few days after my arrival in Phnom Penh, I stumbled upon a post about a traditional Khmer puppet show. I rushed over. After Covid, the company no longer had a permanent theater, but a pub had offered to host them. I still remember my hesitant arrival at the pub, greeted by the smell of chips and beer, and then, once I crossed the threshold of the small theater room, entering another world. All the dialogue was in Khmer and I didn't understand a word, but the scenes of country and agricultural life, the dances, the joy had captured me.

A few days ago, I returned to the same pub to attend a Myanmar puppet show. I confess that before going, I knew nothing about the show. There were only three of us in the room. We were greeted by a very kind gentleman, who later introduced himself as Mr. Htwe, the head of the Htwe OO Myanmar Traditional Puppet Show. He greeted us as one would welcome important guests into their home. Without tea and pastries, perhaps, but with a care and attention I'm not accustomed to seeing with strangers. He introduced us to the history of traditional Burmese theater, initially performed in royal palaces and then, after the British conquest, moved to pagodas to accompany and complement religious performances. He told us how the performances lasted an average of 7-8 hours, from evening until dawn, with a first part open to children, dedicated to encounters/conflicts between mythical animals, including that between the two demons representing good and evil, and a second, more adult-oriented part dedicated to the Jataka, the tales of Buddha's past lives.

Mr. Htwe managed, in the small space of the performance room, to show me what a real Myanmar puppets show must be like, with a stage about 6 meters long, about 10 puppeteers per show, a full orchestra of about 70 pieces, and about 5 singers accompanying the performance (all men, as women were not allowed). Mr. Htwe managed to let me feel his passion for this theatrical art, which, like in other countries, is passed down from father to son, and which, like in other countries, is disappearing. There are few historic families of puppeteers left in Myanmar. Mr. Htwe told us with a smile that his is not one of them. He created his theater with his wife, Madame OO, in 2006, along with their two children, who were just babies at the time, and with two master puppeteers who helped them in the early years an taught them how to master the over ten strings that each puppets has.

Great final dance in the village

The years have passed. Today, the theater IS Mr. Htwe, his wife, and their two children, who have become incredible puppeteers of this miniature theater that continues to teach us about Myanmar's history and culture. The show lasts about 45 minutes, but I was able to witness the battle between the demons and the dragon and Garuda, the dance of the Kinnara (mythical creatures, half man and half bird), the wedding of the spinster peasant girl, and much more.

Mr. Htwe and his family have left Myanmar, and perhaps theater also becomes a way to remember who they are and where they come from. And to remind me of it, too. The puppets no longer scare me, and in fact, they help me put aside the fears I carry with me. On stage, everything is possible: princesses are saved, spinsters find husbands, good defeats evil. Even after the show is over, the puppets remain there to remind us that we too can take control of our lives.

I don’t know what it takes to be considered a proper puppeteer’s family, but to me, Htwe OO Myanmar has been the entry door I needed for this magics, and if you too whish one, please note that:

Htwe OO Myanmar Traditional Puppet Show is held every Sunday at the Box Office in Phnom Penh at 3:00 PM.

For those who are in Italy, Htwe OO Myanmar Traditional Puppet Show be in Milan on November 26th and 27th

To read more:

sabato 27 settembre 2025

Fiori di loto e margherite: amare la vita in Cambogia e non solo / Lotus flowers and daisies: loving life in Cambodia and beyond

 

Lotus flower in Kampot, Cambodia
Avete mai visto un fiore di loto? Dico dal vivo, non in foto. La mia prima volta è stata in Thailandia, quando sono rimasta incantata davanti a centinaia di fiori galleggianti nei laghetti di quasi tutti i parchi di Bangkok. E cosi, qualcosa che per me, Italiana cresciuta nella pianura padana, aveva sempre avuto il gusto dell’esotico e dell’inaccessibile, è diventato qualcosa di familiare, di quotidiano, quasi come le margherite. Ma come le margherite, mai scontato, mai banale, sempre capace di lasciarmi incantata. I fiori di loto mi hanno accompagnato in Cambogia. La loro visione è rimasta capace di trasmettermi pace, serenità, anche nei momenti di stress e fatica più forti. Una meraviglia che mi costringe a interrompere tutto quello che sto facendo o pensando. Senza niente da aggiungere.

E proprio in Cambogia, per la prima volta ho ricevuto un fiore di loto. Servito insieme a un the caldo. Chiamatemi naïve, ma io sono rimasta incantata, e quel fiore l’ho portato a casa, fatto seccare e ora mie tiene compagnia sulla scrivania.

Uno dei sentimenti che il sud-est Asiatico, e la Cambogia in particolare, mi hanno trasmesso è un amore incondizionato per le piante e i fiori. Il senso di responsabilità e di cura verso di loro, unito al riconoscimento di una bellezza infinitamente più grande di noi. Per me, che non riesco a far crescere e sopravvivere una pianta di basilico, è stata una grossa prova. Ma anche un ribaltamento di prospettiva.

In Europa, sono stata educata ad ammirare la maestria del genio umano nel controllare e plasmare la natura, seguendo logica, rigore, pianificazione. I giardini all’inglese e alla francese, una bellezza studiata, pensata per fare piacere.  

Durante gli anni passati in Africa, ho conosciuto un altro modo di approcciarsi alla natura. Ho conosciuto una natura così potente, cosi incontrollabile, cosi selvaggia, che nessuno si sognava di toccare. L’unica cosa da fare era lasciarla esprimersi, manifestarsi come Lei decideva, senza nessun tipo di controllo, o di aiuto. Il rispetto significava lasciare la natura fare il suo corso.

Banyan 

In Asia, è ancora un’altra storia. La natura è infinitamente più grande e bella di noi, ma proprio per questo è nostro compito curarla, accompagnarla, servirla, esaltarla. Certo le cose stanno cambiando, tra una corsa alla modernizzazione che spinge a costruire a scapito degli spazi verdi e senza specifiche considerazioni ambientali, e una tendenza a preservare o ricreare (finti) angoli verdi spesso per compiacere l’immagine che i turisti hanno dell’Oriente. MA. C’è qualcosa di più profondo e di più autentico, che scopri vivendo qui.

La prima cosa che noi italiani facciamo arrivando al lavoro è IL CAFFE. La prima cosa che le mie colleghe fanno arrivando al mattino è innaffiare le (tante) piante che abbiamo in ufficio. I primi tempi la trovavo una follia. Io arrivavo trafelata, con una lista infinita di cose da fare e da discutere, pronta a iniziare infuocate riunioni di pianificazione, e loro, in ogni altra situazione ligissime al dovere e nonostante la mia visibile impazienza, prima, si premuravano di innaffiare tutti i vasi e vasetti della stanza con infinita premura. All’inizio restavo senza parole, pensando che magari quello avrebbe potuto essere fatto a fine giornata o dal servizio di pulizia, poi ho cominciato a sorridere, riconoscendoci un infinto senso di cura per la vita.

E ho cominciato a notarlo in tante altre cose. Nel modo in cui vengono preparate le composizioni per le offerte nei templi, dove il cibo è sempre servito in bellissime composizioni vegetali, con le foglie di banano intrecciate a fiore, o con fiori veri servite insieme al cibo. Nella presenza di piante e fiori su qualunque scrivania, tavolo, bar, edificio, terrazza. Nel ruolo che fiori e frutta hanno nella vita quotidiana della gente, dalle offerte quotidiane ai monaci, al fatto che in ufficio non passa giorno senza che un cespo di banane, un sacchetto di mangostane o lichi o arance secondo la stagione siano messi sul tavolo della cucina comune perche tutti possano servirsene, al fatto che anche gli snack siano a base di fori (lo sapete che i semi di loto sono un snack comunissimo, considerato anche un potente afrodisiaco?), spazi pubblici e privati in cui la vegetazione viene lasciata crescere, e dove l’uomo semplicemente trova il modo di adattarsi. Nel fatto che tra i “simboli” sacri del buddismo ci siano due alberi, Il Banyan and il Bodhi. Nel fatto che tutta la geometria delle città, in particolare Phnom Penh, è fatta su un precario e instabile equilibrio tra costruzione umana e vegetale.

Continuo a non saper far crescere il basilico, ma so ora quanto è difficile per me camminare senza sentire il profumo dei frangipani nell’aria o senza fare attenzione alle radici di alberi che spuntano per strada, so quanto familiare è diventato controllare l’acqua nei vasi delle piantine dell’ufficio, e so la pace che si prova restando in silenzio sotto un albero di Banyan t. E so che la mia vita è piu ricca.

Per la cronaca, al momento ho due misere piantine nel mio appartamento, che per me ora continuano a vivere e crescere.

English version

Have you ever seen a lotus flower? I mean in person, not in photos. My first time was in Thailand, when I was enchanted by hundreds of flowers floating in the ponds of almost every park in Bangkok. And so, something that for me, an Italian raised in the deep Po Valley, had always had a taste of the exotic and the inaccessible, became something familiar, every day, almost like daisies. But like daisies – at least to me, never predictable, never banal, always capable of leaving me enchanted. Lotus flowers accompanied me to Cambodia. The sight of them always brings me peace and serenity, even during pick of stress and fatigue. A wonder that forces me to stop everything I'm doing or thinking. With nothing more to add.

And it was in Cambodia that I received a lotus  for the first time. Served with hot tea. Call me naive, but I was enchanted, and I took that flower home, dried it, and now it keeps me company on my desk.

One of the feelings that Southeast Asia, and Cambodia in particular, instilled in me is an unconditional love for plants and flowers. A sense of responsibility and care for them, combined with the recognition of a beauty infinitely greater than ourselves. For me, who cannot grow a basil plant, it has been a huge test. But also, a change of perspective.

In Europe, I was raised to admire the mastery of human genius in controlling and shaping nature, following logic, rigor, and planning. French gardens, or English gardens, or Italian gardens—a studied beauty, designed to please.

During the years spent in Africa, I discovered a different way of approaching nature. The nature was so powerful, so uncontrollable, so wild, that no one dreamed of touching it. The only thing to do was let it express itself, manifest itself as it chose, without any kind of control or assistance. Respect meant letting nature take its course.

In Asia, it's yet another story. Nature is infinitely larger and more beautiful than we are, but precisely for this reason, it's our duty to care for it, accompany it, serve it, and enhance it. Of course, today things are changing, between a rush to modernize that pushes construction to the detriment of green spaces and without specific environmental considerations, and a tendency to preserve or recreate (fake) green spaces, often to please tourists' image of the East. BUT. There's something deeper and more authentic, which you discover by living here.

The first thing we Italians do when we arrive at work is COFFEE. The first thing my colleagues do when they arrive in the morning is water the (many) plants we have in the office. At first, I thought it was crazy. I would arrive breathless, with an endless list of things to do and discuss, ready to begin heated planning meetings, and my colleagues, otherwise dutiful and despite my visible impatience, would first take care to water all the pots and jars in the room with infinite care. At first, I was speechless, thinking that perhaps that could have been done at the end of the day or by the cleaning staff, then I began to smile, starting to find there an infinite sense of care for life.


And I began to notice it in many other things. In the way offerings are prepared in temples, where food is always served in beautiful plant arrangements, with banana leaves woven into flowers, or with real flowers served alongside the food. In the presence of plants and flowers on every desk, table, bar, building, and terrace. In the role that flowers and fruit play in people's daily lives, from the daily offerings to monks, to the fact that in the office, not a day goes by without a bunch of bananas, a bag of mangosteens, or lychees or oranges, depending on the season, being placed on the communal kitchen table for everyone to help themselves to. In the fact that even snacks are made with flowers (did you know that lotus seeds are a very common snack, also considered a powerful aphrodisiac?). In public and private spaces where vegetation is allowed to grow, and where man simply finds a way to adapt. In the fact that among the sacred "symbols" of Buddhism there are two trees, the Banyan and the Bodhi. In the fact that the entire geometry of cities, especially Phnom Penh, is based on a precarious and unstable balance between human and vegetal construction. And I could go on.

I still don't know how to grow basil, but I know now how difficult it is for me to walk without smelling the scent of frangipani in the air or without paying attention to the roots of trees sprouting along the street. I know how familiar it has become to check the water in the pots of the office plants, and I know the peace I feel when I remain silent under a banyan tree. And I know that my life is richer.

For the record, I currently have two small (still scared) plants in my apartment, which at now are alive and grow.




lunedì 22 settembre 2025

Pchum Ben – un (altro) modo per celebrare la vita e la morte / Pchum Ben – a(nother) way to celebrate life and death


Sono qui, sulla terrazza del mio appartamento a Phnom Penh da cui se mi sporgo riesco a vedere il Palazzo reale con i suoi pennacchi, con un bicchiere di succo di mela accanto a me. Oggi qui la pioggia cade talmente forte che avventurarsi fuori casa – anche in tuk tuk, è impossibile. Oggi non si lavora. Tutta la Cambogia è ferma questa settimana. Anche l’ufficio è chiuso. E allora mi do finalmente il tempo di scrivere, di parlare di questo paese in cui vivo ormai da più di 8 mesi.

Oggi è il secondo dei tre giorni di celebrazioni per Pchum Ben (o giorno degli antenati), la festività tradizionale buddista cambogiana che celebra il passaggio delle anime verso il purgatorio.

Le strade, di solito animate a tutte le ore del giorno e della notte da un traffico ininterrotto, clacson, macchine, moto, tuk tuk, venditori ambulanti che pubblicizzano le loro merci con slogan negli autoparlanti, tacciono. Si sentono solo la pioggia e i tuoni. In questi giorni i Cambogiani hanno la mente e l’attenzione rivolte altrove.  Prendersi cura degli spiriti delle sette generazioni precedenti di antenati defunti.

In realtà questi tre giorni sono solo l’apice di un  periodo di riti e celebrazioni piu lungo di 15 giorni.  Questo è il momento dell’anno in cui le porte dell’inferno si aprono e gli spiriti degli antenati sono piu irrequieti. Questo è il momento in cui gli spiriti degli antenati possono connettersi con i vivi, e in cui il loro destino e il proseguo del loro viaggio nell’aldilà può essere influenzato dalle offerte e dalle preghiere dei parenti viventi. Durante gli scorsi 15 giorni, i monaci buddisti sono stati impegnati ininterrottamente a recitare preghiere e canti per i morti. Il loro salmodiare ha accompagnato le mie andate e ritorni dall’ufficio più del solito, soprattutto considerando che abito vicino a uno dei templi piu importanti del mio quartiere. Ma i monaci non sono i soli coinvolti. Tutti i Cambogiani hanno un ruolo da giocare e una responsabilità sentita come essenziale. I bambini preparano doni per accompagnare i loro genitori e familiari nell’entrata ai templi (le pagode). Gli adulti preparano preghiere, e offrono vari servizi ai templi (incluso fare le pulizie nelle pagode o nei dormitori dei monaci) per permettere ai monaci di pregare per i loro defunti.

Immagine dal web - le lunch boxes con dolcetti di riso e banane
Alla fine di questo periodo di preparazione, il quindicesimo giorno del mese lunare che quest’anno è caduto ieri, domenica 21 settembre, tutti (o quasi tutti) i Cambogiani rientrano nei loro villaggi d’origine per celebrare Pchum Ben con la famiglia. Ci si veste elegantissimi (come per tutte le occasioni importanti in Cambogia) e ci si reca alla pagoda con dei Lunch boxes tradizionali pieni zeppi di offerte alimentari (riso, dolcetti di riso, cocco e zucchero di palma, frutta) da offrire ai monaci come intermediari per i propri antenati. Si, il cibo gioca un ruolo importante nel destino degli antenati se si considera che il termine Ben indica proprio il riso offerto ai monaci – o più in generale offerta di cibo. Si continua con cerimonie, litanie e altre offerte di cibo per i due giorni seguenti.  Gli spiriti più fortunati potranno terminare il loro periodo di purgatorio, altri potranno almeno avere un periodo di tregua dalle sofferenze dell’aldilà, e gli spiriti che già si trovano in paradiso o in altri stadi dell’esistenza, troveranno comunque conforto dalle cerimonie e dalle attenzioni dei loro cari in vita.

Alla fine gli onigiri li abbiamo fatti davvero!
Raramente come in Cambogia ho visto questo rispetto reverenziale per la famiglia, per i propri morti, per il ruolo e la presenza dei monaci come garanti di un equilibrio tra mondo dei vivi e dei morti. Vengo da un paese in qui la famiglia conta ancora moltissimo, nonostante i ritmi della vita moderna ci spingano sempre di più ad anteporre le priorità lavorative, economiche, commerciali a quelle affettive. In Cambogia no. Ho visto colleghi di lavoro prendere giorni di vacanza per visitare la tomba dei nonni o degli zii o celebrare anniversari di lutti. Prendersi il tempo per processare il dolore della perdita, per rendere omaggio a chi ci ha dato la vita, e per celebrare la loro eredità. Purtroppo non posso celebrare Pchum Ben con i miei colleghi e amici cambogiani. Sono tutti rientrati nelle città d’origine, e ammiro questa dimensione specificamente familiare della festività. Non c’è spettacolarizzazione. E forse è quello che rende queste giornate ancora più significative per me. Avrei potuto approfittare di questi giorni di vacanza in modo diverso. Avrei potuto andare in qualche città p pagoda dove so che avrei potuto assistere a grandi celebrazioni, fare foto da mettere sui social. Ho scelto diversamente. Ho scelto un po di silenzio, come un’occasione per pensare alla mia famiglia lontana, ad amici e parenti che non ci sono piu, come forse non facevo da anni. Ieri mattina, quando mi sono svegliata accompagnata dal canto dei monaci e dall’odore degli incensi bruciati a profusione (e da un fumo che in altri momenti dell’anno mi avrebbe fatto temere il peggio), ho sorriso in pace. Questo pomeriggio, se la pioggia si ferma, andrò a casa di una mia amica koreana e insieme prepareremo degli onigiri (polpettine di riso) – giusto per rimanere in tema con le tradizioni. Nessun crisantemo, nessun costume da strega. Altri modi per celebrare la vita e la morte.

English version

Here I am, on the terrace of my apartment in Phnom Penh where, if I stand up, I can see the Royal Palace with its sundries in the midst, with a glass of apple juice in my hand. It rains so hard, that it is impossible to go out -even with a tuk tuk. No work today. The entire Cambodia stopped this week. Even my office is closed. And then, I finally took some personal writing time, to write and talk about this country where I have been living for the last 8 months. Today is the second day of celebrations for Pchum Ben (the Ancestor’s day), the traditional Cambodian Buddhist festival that commemorate the death.

The streets, usually so full of life and noise, traffic, cars, clacksons, motorbkies, tuk tuk, street food sellers, loud advertisements, got silent. You can only hear the rain and the thunders. These days, Cambodian have thei mind and heart elsewhere. Caring and paying respect to the spirits of seven generations of ancestors who have passed

Actually, these three last days are just the culmination of a longer 15-day period of rituals and celebrations. This is the time of year when the gates of hell open, and the spirits of ancestors are most restless, and “alive”. This is the time of the year, when the spirits of ancestors can connect with the living, and when their fate and the continuation of their journey in the afterlife can be influenced by the offerings and prayers of living relatives. Over the last past 15 days, Buddhist monks have been busily reciting prayers and chants for the dead. Their chanting has accompanied my goings-on to and from the office more than usual, especially considering I live near one of the most important temples in my neighborhood. But the monks are not the only ones involved in this process. All Cambodians have a role to play, hold with an incredible sense of essential responsibility. Children prepare gifts to accompany their parents and family members as they enter the temples (pagodas). Adults prepare prayers, and offer various services to temples (including cleaning pagodas or monks' dormitories) to allow monks to pray for their deceased.

At the end of this period of preparation, on the fifteenth day of the lunar month, which this year fell yesterday, Sunday, September 21st, all (or almost all) Cambodians return to their home villages to celebrate Pchum Ben with their families and relatives. They dress elegantly (and I mean, really elegant, as for all important occasions in Cambodia) and head to the pagoda with traditional lunch boxes filled with food offerings (rice, rice cakes, coconut and palm sugar, fruit) to offer to the monks as intermediaries for their ancestors. Yes, food plays an important role in the ancestors' fate, considering that the term Ben actually refers to the rice offered to the monks—or more generally, an offering of food. Ceremonies, litanies, and other food offerings continue for the following two days. The more fortunate spirits will be able to complete their purgation time, others will at least have a period of respite from the sufferings of the afterlife, and spirits who are already in heaven or in other stages of existence will still find comfort from the ceremonies and attentions of their loved ones in life.

Rarely I have seen such reverential respect for family, for their deceased, and for the role and presence of monks as guarantors of a balance between the worlds of the living and the dead as in Cambodia. I come from a country where family still matters greatly, despite the pace of modern life increasingly pushing us to prioritize work, finances, and business over care, affection and personal life. Not in Cambodia. I've seen coworkers take vacation days to visit the graves of grandparents or aunts or celebrate anniversaries of deaths. Taking the time to process the pain of loss, to pay homage to those who gave us life, and to celebrate their legacy. Something that made me thinking a lot.

In the end, we actually made onigiri! 
Unfortunately, I am not able to celebrate Pchum Ben with my Cambodian colleagues and friends. They've all returned to their hometowns, and honestly, I admire this distinctly family-oriented aspect of this celebration. There is no, no attempt to please tourists. And perhaps that's what makes these days even more meaningful to me. I may have decided to go somewhere, to one of the big centers or pagodas where there will be mass celebrations, take pictures, post on social media. I decided differently. I decided to remain silent, and using these days as an opportunity to think of my far away family, of friends and relatives who are no longer with me, as perhaps I haven't done in years. Yesterday morning, when I woke up with the  sound of monks' chanting and the smell of profusely burning incense (and a smoke that at other times of the year would have made me fear the worst), I smiled peacefully. This afternoon, if the rain stops, I'll go to a Korean friend's house and she will teach me how to make onigiri—to stay in theme. No chrysanthemums, no witch costumes. Just other (personal) ways to celebrate life and death.

sabato 29 gennaio 2022

Di viaggi – narrati e vissuti - attraverso i 4 e piú regni della Thailandia

Avete mai letto un libro e sognato di poter ripercorrere dal vero la mappa dei luoghi e degli incontri, ritrovare le emozioni, gli odori, le persone narrate, magari come se foste davvero insieme ai protagonisti? A me è capitato spesso.

E per una volta, sono riuscita a farlo davvero. Il libro in questione è “Quattro regni” di Kukrit Pramoj. Un libro che raccomando spassionatamente agli amanti dei romanzi storici, ma anche piú in generale della storia, agli appassionati o curiosi della Thailandia e dell’Asia, delle saghe familiari alla Marquez, e di come la Grande Storia entra nella storia individuale di persone e famiglie. Un libro che mi è stato suggerito tante volte e da tante persone diverse. Ma i libri si fanno leggere quando è il loro momento. E credo che questo fosse il suo. Qualche mese fa, ho trovato una bellissima copia del libro nel mio negozio dell’usato preferito vicino a casa qui a Bangkok, e l’ho comprata al volo. L’ho letto aprendo la prima pagina con un tocco di superba diffidenza, come succede (almeno a me) con libri che sono rimasti in sospeso per lungo tempo, per ritrovarmi poi ritrovata catturata dalla storia narrata. Ho letto il libro mentre andavo a fondo nella scoperta di  Bangkok, proprio come si scopre una città - ma anche una persona-, poco a poco, pagina per pagina, senza fretta, aggiungendo dettagli e ricomponendo i pezzi del puzzle. La scoperta dal vero della città si è fusa a quella attraverso il libro. Ho letto questo libro come si legge una guida turistica quando sei già sul posto, cercando conferme, dettagli, ma anche come si legge un romanzo, e come si leggono degli Annali Storici. Tutto insieme.

Ho scoperto e riscoperto Bangkok attraverso gli occhi di Phloi, anti-eroina per eccellenza, rappresentante un modello di donna che è l’opposto del mio, un modello che per certi versi è proprio tutto quello contro cui combatto, ma che forse proprio per questo mi ha aiutato ad andare oltre al mio sguardo, alla mia prospettiva. Soprattutto se volevo, come desideravo, avvicinarmi e scoprire davvero un mondo e una città che sono all’opposto di tutto quello da cui provengo. Necessità di uscire da me, e di farmi guidare proprio dalla persona che meglio incarnava lo sguardo, i sentimenti, il sentire di una giovane donna nella Bangkok della prima metà del XX secolo. Un’antieroina che sembra insipida, debole, cosi all’antica e retro’, soprattutto se paragonata a tanti altri personaggi del libro, molto piú vividi, attivi, accattivanti, ma forse proprio per questo, capace di dare spazio e lasciare emergere la città e tutto il mondo intorno a lei, invece che dominarlo. La Bangkok che ho scoperto è un intricato e profondo mondo di aneddoti, di particolari, di riti culturali, culinari, vestiari, religiosi, di fatti storici che non conoscevo. Una relazione con l'Europa complessa, cosi come quella con la regalità. Sono i dettagli a rendere unica ogni esperienza, ogni persona, ogni città. Ho pianto e ho riso. Non volevo lasciare il libro, come non si vuole abbandonare la propria città, come non si puó abbandonare qualcosa che è diventata la tua quotidianità.

E’ buffo, vivere la stessa città a circa 100 anni di differenza. Gli anni sono passati, la storia è avanzata, ma tanti luoghi di allora esistono ancora, anche se con funzioni diverse. Vedere i posti di cui Phloi parlava non mi bastava piu. Volevo provare davvero a “ripercorrere i suoi passi”, vivere qualche giorno della sua vita. C’è un passaggio nel libro – uno tra i tanti – in cui si racconta di quando Phloi insieme all’amica del cuore accompagna il sovrano e tutta la corte da Bangkok al vicino villaggio di Bang Pa-in, sede della residenza estiva regale. Il Summer Palace fu davvero costruito sul modello delle residenze reali europee, data la grandissima ammirazione che il sovrano aveva sviluppato per l’Europa, soprattutto dopo i tanti mesi passati li. Questo viaggio, per quanto “piccolo” è un episodio marcante nella vita di Phloi e uno di quelli che mi è rimasto piú impresso. Lo stupore, l’emozione, l’eccitazione, l’incanto provato da Phloi mi sono entrati nel cuore. E non solo a me.

Insieme ad un’amica che stava – anche lei - leggendo il libro, abbiamo deciso di ripercorrere il viaggio di Phloi. Un tragitto di poco conto, in un luogo che non dice nulla ai piu’, sopratutto se paragonato a tutti i luoghi da favola della Thailandia, ma che per noi aveva un grande significato emotivo.

Abbiamo preso il treno dalla stazione di Hua Lamphong. La stessa da cui era partita Phloi, la stessa che è stata bombardata durante la seconda guerra mondiale. Ancora in funzione, anche se per poco. Dovrebbe essere convertita in museo tra pochi mesi. Abbiamo preso un biglietto Bangkok-Ayutthaya per 20 bath, neanche 1 euro, per 2 ore di viaggio attraverso la campagna. Le uniche due europee, insieme a una variegata umanità di studenti in viaggio per le vacanze di fine anno, pendolari, famiglie. 2 ore di passaggio ininterrotto di venditori di tutti i tipi di cibo, da strani spaghetti colorati dolci, spiedini di carne, sticky rice, succhi di frutta e milkshake ghiacciati. Un viaggio lento, che permette di assaporare non solo il cibo ma anche il paesaggio.

Avevamo deciso di aggiungere un fuori programma rispetto all’itinerario di Phloi, siamo arrivate fino a Ayutthaya (di cui ho parlato in un post precedente) dove abbiamo passato la sera e la notte, regalandoci un tour serale in bicicletta tra i templi illuminati nella notte buia e silenziosa. Poesia pura.


La mattina dopo eravamo di nuovo in stazione, per raggiungere (o meglio tornare indietro) a Bang Pa-In. Il tragitto Ayutthaya - Ban Pa-in, 20 minuti di viaggio, lo si fa per 2 bath. Con un tuk tuk abbiamo raggiunto l’ingresso del Summer Palace. Un strano sentimento di riverenza e confusione. Come quando entri a casa di qualcuno e il padrone di casa non è (pi
ú) li. Entrare in un posto che avevamo lasciato (nel libro) cosí pieno di vita, e trovarlo vuoto. Perfetto ma senza vita. Come quando arrivi in ritardo ad una festa, finita, con gli ospiti già partiti, i piatti lavati, tutto rimesso in ordine. Un po’ come nel regno della Bella Addormentata. Tutto si è fermato. Ma si sa, o si sente, che nulla è morto, solo in attesa che la principessa si svegli, che il re ritorni. E che la vita riprenda. Abbiamo camminato attraverso il meraviglioso giardino perfettamente rasato, con siepi tagliate in forma di animali fantastici; attraverso i diversi padiglioni, i ponti, le statue neoclassiche, le fontane. Un grande senso di spaesamento nel ritrovare arrchitetture europee cosí familiari ma in un contesto in cui non te le aspetti assolutamente. Edifici di impronta asburgica, inglese, dell’epoca di Caterina di Russia e Pietro il Grande accanto a un mirabolante tempio cinese rosso fuoco, stupe thailandesi e un faro che sembra trasportato dalla costa inglese. Credo di avere capito cosa deve avere provato Alice nel suo paese delle meraviglie. Naturalmente, c’è ampio spazio per gli aneddoti: il piccolo cottage sul lago, dove – secondo fonti attendibili – il sovrano amava cucinare personalmente per i soldati.  Come ci ha detto la nostra guida “era un cuoco sopraffino”. Quando gli abbiamo chiesto “ a detta di chi?”, ci ha risposto sicuro “oh, testimonianze scritte dei sudditi lo riportano!”. Vorrei vedere che si sarebbe permesso di dire il contrario..  (Se cercate su google, trovate anche qualche foto!)

Finito il tour tra le residenze, abbiamo attraversato il fiume e ci siamo ritrovate nel quartiere dei monaci e dei templi, fatto costruire proprio perche il sovrano voleva che i riti potessere essere celebrati sul posto, senza dover rientrare a Bangkok o Ayutthaya. Le casette ordinate dei monaci, con i panni arancioni stesi ad asciugare lungo il fiume, è uno dei momenti di maggiore pace provati durante il viaggio. Mentre il tempio buddista costruito sul modello di una chiesetta francese – con all’interno un Buddha al posto del Crocifisso- confesso che è stato abbastanza “disturbante”. Di nuovo questo senso di spaesamento e confusione che viene dall’incontro e fusione di culture cosí distanti e diverse.  

Siamo rientrati ad Ayuttahya in barca, une delle tradizionali barche in legno lunghe e strette. Come aveva fatto Phloi. Cullata dal ritmico movimento dell’acqua mi sono lasciata trasportare da pensieri, come immersa tra il passato conosciuto attraverso un libro, e il presente vissuto di persona. Fusione di storie e emozioni grazie alla magia della condivisione. Pensavo ai sentimenti di Phloi, al suo stupore, alla sua meraviglia. Li paragonavo ai miei. Cosí diversi e cosí simili.

Poche persone sulla riva, case in legno, terrazze sull’acqua, reti, barche. Lo stesso ambiente a 100 anni di differenza. Tutto apparentemente uguale, e tutto continuamente diverso, nei dettagli, nell’evolvere delle singole vite, nella diversità delle prospettive. Ancora una volta, mi sono sentita meravigliosamente parte di un Tutto piú grande di me. Ho sentito l’incanto della vita che scorre in ognuno di noi, la meraviglia di concepire la nostra esistenza mai solo come individuale, ma come connessa con le storie che ci hanno preceduto e che seguiranno.

Ogni viaggio nel passato è sempre anche un viaggio alla scoperta del presente e di preparazione al futuro.

martedì 28 dicembre 2021

Ode alla magia - che per fortuna non vive solo nelle favole


La magia ha sempre avuto una parte importantissima nella mia vita. Un privilegio che considero enorme. Sono cresciuta immersa nella magia, sotto forma di fiabe della buona notte (e di tanti altri momenti della giornata), racconti, favole.. assimilate sotto ogni possibile forma. Lette, raccontate, inventate apposta per me da parenti piú o meno fantasiosi e tutti con un proprio tratto narrativo, e in particolare da una nonna a cui devo come eredità la verve creativa. Ascoltate sul giradischi di una prozia all’ora del the pomeridiano, o in auto in audiocassetta mentre andavo alla lezione di nuoto. E infine inventate e scritte da me stessa quando sono diventata un po’ piú grande. Racconti gioiosi e tristissimi, racconti che restano in sospeso, con una morale o no, ma dove c’era sempre fortissima la presenza della magia. Magia come creazione, incanto, come qualcosa che porta la vita un po’oltre la comprensione logica, qualcosa che ti sorpassa.

Eppure, nello stesso tempo, è come se mi/ci fosse stato insegnato che dalla magia ci si debba sempre un po’ guardare. Che la magia appunto vada bene (solo) per i bambini. Un vezzo da relegare all’infanzia, ad uno spazio a parte rispetto alla vita “vera”, adulta. Come se crescendo bisognasse mettere da parte lo stupore, e il diventare adulti comportasse naturalmente il lasciare andare quella parte piú irrazionale, magica, “straordinaria” della vita e di noi stessi.

Il mio ultimo viaggio in Tailandia mi ha ricordato, di nuovo, come la magia possa e sia parte naturale e fondamentale del nostro quotidiano, della nostra vita – non importa quanti sforzi facciamo per dimenticarlo. E di quanto questo renda la nostra vita molto piu piena, ricca, viva.

A Cheow Lan Lake, ho visto, ho sentito quella magia sulla mia pelle. Mentre attraversavo il lago a bordo della nostra barchetta, era come ascoltare, ritrovarmi di nuovo in una delle mia favole da bambina, ma esserci davvero dentro. Era come se la magia uscisse dai libri di favole e prendesse forma nella realtà, rendendo animato, vivo lo spazio nel quale mi trovavo. Facendo quello che fa la magia. Dando un tocco, una sfumatura, una sensazione che qualcosa di piccolo ma meravigliosamente potente stia colorando la tua vita. Che mille sumature, scintille arricchiscano il tuo presente.

Il lago di Cheow Lan è una piccola “perla” nel parco nazionale di Khao Sok, una spazio incantato fatto di foreste, montagne color smeraldo, una flora e una fauna incredibile, fiumi, rocce, grotte. In realtà si tratta di un lago artificiale, nato in seguito alla costruzione della diga di Ratchaprapa Dam nel 1982. E’ la diga che ha permesso la nascita di questo spazio unico, in cui l’acqua ha sommerso una parte della foresta circostante, lasciando emergere dall’acqua color smeraldo le rocce calcaree ricoperte di vegetazione per centinaia di metri. Come cavalieri solitari che sembrano brandire le loro spade e scudi contro nemici immaginari, pronti a difendere principesse o castelli altrettanto immaginari.

Avevo visto le foto del lago e me ne ero innamorata. Ma non mi aspettavo l’effetto dell’essere fisicamente li.  Quando la barca ha preso il largo e ci siamo ritrovati in mezzo al lago, è come se  mondo intorno si sia trasformato, ammutolito. I rumori, le voci degli altri viaggiatori messi a tacere, o ovattati, distanti. Ero li, e non ero piu lí, come trasportata in un altro luogo, fuori dal tempo e dallo spazio. Una sorta di Lago di Morgana del ciclo di arturiana memoria. Piu volte mi sono ritrovata a pensare che non mi avrebbe stupito vedere emergere dall’acqua la spada Excalibur, o lo stesso Merlino, Morgana, o qualche cavaliere perdutosi durante la sua personale ricerca del Grahal. Puo fare sorridere tutto questo, immagino. Pazienza. Io custodisco come un dono prezioso la bellezza di un luogo incantato, davanti a cui ritrovarsi, come in un incantesimo, a restare in silenzio, ad abbassare la voce, a guardare quello che hai intorno, sentire il mistero, potente, sfuggente, ma mai feroce o pericoloso. Solo, piú grande di te.

Mentre proseguivamo nella nostra traversata, ai nostri lati, il rapido e maestoso susseguirsi delle montagne dalle pareti ora ricoperte di vegetazione, ora ripide ed erose dal vento, dagli anni, dalla pioggia e dal sole. Grotte che si aprivano sull’acqua evocanti il mistero di avventure magiche – almeno alla mia fervidissima immaginazione. Elefanti che comparivano tra le fronde degli alberi sui pendii delle montagne intorno al lago, pesci volanti dalle squame brillanti, uccelli dai colori vividissimi, il vociare dei compagni di viaggio sostituito da versi e suoni della natura, l’immensità del cielo, l’imponenza delle rocce, lo scintillio del sole sull’acqua alternati da momenti di livido cupore quando le nuvole lo coprivano, in lontananza una sottile nebbiolina provocata dall’umidità. Un brivido nel sentire la pressione delle onde sulla nostra barchetta, quando si avvicinava troppo alle rocce.

Cosa si nasconde in quelle grotte? Cosa si nasconde tra quegli alberi? Tra quelle ombre odorose? Una di quelle grotte l’ho davvero visitata. Umidità, pipistrelli, ragni, stalattiti. Ma oltre a quello, e piú importante, la sensazione che il vero mistero nascosto, la vera risposta alla domanda “chissa cosa si nasconde li dentro!?”, non sia qualcosa da trovare, a cui dare una risposta certa. Ma proprio il lasciare la domanda aperta. “Accontentarsi” di una percezione, un’emozione a cui non sapiamo dare un nome. Non è cosi che ci lasciano un po’ le fiabe?

Tornando a casa, quel giorno, in silenzio e goffa nel rimettere i piedi sulla terra ferma, mi sono portata dentro lo sguardo beffardo misterioso e ammaliante di quella natura.

Ho trovato ancora piu divertente pensare che per una volta, proprio il lavoro dell’uomo, la sua voglia/bisogno di sottomettere la natura ai suoi fini, abbia permesso proprio alla magia di trovare spazio. Dando vita a un luogo da incantesimo. Un luovo dove tutto è possibile, dove la mente pu
ó creare, immaginare, oltre a quello che vediamo. Dove ci puó essere spazio per gnomi e folletti e principesse e rospi che diventano principi. Declinati in qualunque forma a seconda della cultura che li partorisce. Ció
che conta è la possibilità lasciata all’immaginazione di prendere forma.

Ovviamente, vorrei che molti potessero vedere e godere di questo posto incantato allo stesso modo di come ho fatto io. Ma non c’è bisogno di venire a Cheow Lan Lake per trovare la magia. La magia credo nasca ogni volta in cui ci permettiano di ricordarci che la vita non è solo lavoro e obbligi e routine e orari da rispettare, ma che c’è sempre qualcosa che ci sfugge, qualcosa che puo farci vedere e immaginare quello che non c’è. A 30 anni, come a 10, 40, 60. Abbiamo sempre questa possibilità. Lasciamole la porta aperta.

 


domenica 5 settembre 2021

Ayutthaya, La rivincita del tempo

Ho sentito parlare per la prima volta di Ayutthaya durante il mio primo soggiorno a Bangkok nel 2017, quando, avendo un weekend libero e dovendo trovare qualcosa da fare, alcuni colleghi avevano parlato di questo “sito storico da visitare assolutamente”. La descrizione era un po’ fumosa, ed io ero rimasta, confesso, un po’ scettica. Mi era sembrata una gita per turisti “alle prime armi”, desiderosi di tornate a casa con foto pittoresche e incredibili aneddoti su vestigia del passato raccolte in una specie di parco dei divertimenti archelogico. Forse, non volevo semplicemente ammettere di non sapere nulla a proposito 😉

All’epoca, avevo preferito sfruttare il tempo per immergermi nella vita densa, e ben piú caotica della città, io che non amo il caos delle metropoli, ma che sono sempre molto curiosa di scoprire la vita delle persone. Non me ne pento, anche grazie alla presenza della mia straordinaria guida in quell’occasione, un collega thailandese che mi aveva aiutato davvero ad entrare nella storia della città.

Tornata in Thailandia, ho deciso di dare una chance ad Ayutthaya, rendendomi appunto conto di non saperne nulla, come quasi nullla sapevo (e tuttora so) della storia culturale, sociale, politica di questa regione - che è difficile racchiudere nei confini nazionali attuali. Quanti pregiudizi, e quanta superbia.

Sono rimasta incantata. In quello che ai miei occhi è apparso come il giardino di un paradiso perduto, un paradiso in rovina, dove i tratti dell’antica bellezza sono allo stesso tempo cosi vividi e cosi sfumati in un contrasto quasi doloroso. Camminando tra quelle che erano le strade di una cittadella imperiale, e tra le stanze di palazzi e stupe (templi), sono rimasta incantata e persa davanti a quelle incisioni, a quelle statue, a quella bellezza imponente e allo stesso tempo delicata e accuratissima. Un labirinto accessibile pensato per rappresentare il culmine della potenza umana, per sostenere e corroborare il potere di una regno, dargli una degna “dimora” fisica. Con il “divino” chiamato a testimone, nelle vesti di centinaia di buddha di tutte le taglie e posizioni, protettori e guardiani di quel potere. Forse, anche con l’implicita fiducia che quel sostegno fosse un dato assodato. O forse sperando che proprio nel dargli una dimensione fisica, quel potere fosse davvero reale, destinato a durare in eterno.

Per un attimo, mi sono venute alla mente le lezioni del liceo sull’ubris greca. L’eccesso di superbia umana, il volere andare troppo oltre, oltre gli stessi dei. E lo so che qui siamo in un contesto filosofico completamente diverso, ma la mente gioca sempre strani scherzi.

La bellezza dell’arte umana, e nello stesso tempo, la sua fragilità, il suo essere effimera. Perchè proprio quando vuoi dare una forma fisica (e piú forte) ai tuoi sogni, quel sogno comincia a sgretolarsi.

I sorrisi placidi e beffardi dei Buddha, su corpi (i loro) ormai in disfacimento, scheggiati, sfregiati, mi hanno suggerito proprio quello. Per la prima volta in vita mia, degna erede di un popolo abituato a vivere nell’ombra di antiche glorie, ho realizzato come la bellezza del passato, per quanto o forse proprio in virtú della forza che testimonia, possa essere estremamente triste. Testimone di uno splendore che non c’è piú, e della caducità della vita, di sforzi vani contro qualcosa di ineluttabile.

Mentre camminavo per i vialetti e l’immenso parco, immersa nel silenzio del luogo, ho provato una grande malinconia, ma anche estrema pace, riposo, abbandono. Avrei potuto restare cosi per ore, come dentro una magia che non so spiegare. Perchè questo “risveglio” non ha portato solo tristezza.

Quel regno è passato. Che cosa è rimasto dello splendore della città? Non certo príncipi o regine. Resta il tempo. Il tempo che erode e che lascia il suo marchio sulle cose, le persone, le costruzioni. Restano gli alberi, il sole, la pioggia. La dirompenza di una natura lussureggiante che tutto avvolge, e che ricama le rovine dei palazzi, le teste dei buddha scalfite, le ingloba in un’opera d’arte ancora piu bella e completa. E quesgli sguardi sfuggenti e quei sorrisi beffardi ridotti a metà sembravamo dirmi proprio quello. Il potere, la forza, anche la divinità, non la si puó imbrigliare (solo) in corpi di pietra e marmo, per quanto meravigliosi. L’arte come la vita è un guizzo che vibra e scivola via, soffia e prende forma in quello che facciamo, ma non resta mai ferma, immobile. E ci invita a seguirla, a fare altrettanto.

Ayutthaya è stata una sorta di lezione di vita, come l’Asia continua a esserlo per me. Il senso di fragilità e di inferiorità, ma anche la gratitudine per questa “scoperta”. La nostra piccolezza, ma anche la bellezza che possiamo creare e lasciare, se accettiamo di non esserne padroni o dominatori. Quel sorriso ineffabile, beffardo e dolcissimo mi accompagna, e mi invita a prendere tutto, me inclusa, con piu leggerezza, e a ricordarmi la complessa semplicità della vera opera d’arte, la vita, qui e ora.


PS. per informazioni piú dettagliate sul sito di Ayutthaya (e sul perchè valga la pena visitarlo, oltre ai miei sproloqui), si puó consultare per esempio: https://whc.unesco.org/en/list/576/