sabato 14 settembre 2013

FORMAZIONE INFORMALE



É passata una settimana. La mia prima intera settimana in Tanzania. La testa ronza dalle e per le mille parole di una lingua che ancora non conosco ma il cuo suono e il cui ritmo cominciano piano piano a diventare familiari. É stata una settimana intensa, per certi versi faticosa, ma che se mi fermo un attimo a riflettere mi ha lasciato sorrisi e risate e un senso di spiazzamento che prima rifiuti e poi finisci per accogliere. In mezzo c’è stato il mio compleanno. Il mio secondo compleanno africano.

quello che vedo dall'ufficio
Ho cominciato la conoscenza-formazione con l’associazione locale che si occupa di diritto allo studio e al lavoro per le ragazze del distretto di Bagamoyo con cui lavorerò in questi mesi. Da programma era prevista un’intensa formazione su storia, economia, usi e costumi della città, più tutta una parte sull’associazione e sul lavoro che svolge, progetti, beneficiari, modo di lavoro..Solo una delle colleghe parla bene inglese. Le altre 3 praticamente solo swahili.  É stata una settimana buffa. Naturalmente molto diversa dalla formazione all’occidentale che mi aspettavo. Una settimana in ufficio ad ascoltare spesso senza capire, ascoltarle discutere e argomentare anche solo su chi debba farmi una particolare parte di formazione.                           Una settimana passata ad essere “coccolata” dalle colleghe che mi fanno assoggiare dolcetti e stuzzichini locali, dicendo che avendo la responsabilità su di me si devono preoccupare del mio benessere.                    Una settimana passata a conoscere molte delle beneficiarie direttamente, vedendole entrare in un ufficio che è grande come la mia stanza da letto, sedersi e parlare con le colleghe.
 
Vita di mare
Mercato del pesce
Vecchie strade di Bagamoyo
workshop dui diritti della donna e del bambino

Una settimana passata a scoprire Bagamoyo con loro che mi raccontano e mi mostrano quello che nessuna guida riporta o forse reputa importante. O almeno non in un modo “convenzionale”. C’è la storia della colonizzazione tedesca, la prima presenza cristiana nell’Africa dell’est, la tratta degli schiavi che aveva in Bagamoyo l’imbarco per Zanzibar e poi per l’Oriente. Ma c’è anche il mercato del pesce, le spiagge, le conchiglie, i riti di passaggio tradizionali per ragazze e ragazzi, le attività economiche tipiche, la pesca, l’agricoltura. Tutto questo raccontato in una lingua che non so neanche io che cos’è. Le mie prime vere lezioni di swahili. Informali naturalmente. Il mio corso di lingua partirà ad ottobre, sembra, e nel frattempo le colleghe provano a insegnarmi la lingua a modo loro.  Per esempio per raccontarmi la storia e l’economia di Bagamoyo, la mia collega Chau ha adottato questa tecnica. Davanti a me in cattedra con un righello in mano. Mi diceva una frase in quello che avrebbe dovuto essere inglese, sillabando e scandendo ogni parola con il righello, e poi me la ripetava a velocità razzo (cioè normale per lei ma non per me) in swahili. Poi mi guardava e diceva “Hai capito?”. Non capivo una parola, un po’ per l’accento inglese, un po’ per il mix di lingue, un po’ perchè per arrivare a capire che quella era proprio una strategia premeditata e non un accozzaglia di discorsi a caso ci ho messo un po’. Nel frattempo le colleghe la correggevano in swahili per il suo inglese. Il delirio. Volevo piangere. Poi ad un certo punto mi sono resa conto di quanto fosse paradossale la situazione, per me certo, ma anche per loro che poverette si trovano a spiegare i fatti loro a una perfetta estranea senza che fosse il loro mestiere. E siamo scoppiate tutte a ridere. Lei, io, le colleghe. Ma credo che comunque il metodo non sia stato del tutto inutile. In quella giornata ho imparato un sacco di parole. Comincio piano piano a riconoscere parole e espressioni nelle frasi che sento. Mi lancio in saluti di cortesia per poi rimanere instupidita quando loro rispondono al saluto porgendomene altri che necessiterebbero di un ulteriore passaggio. Ma non c’è problema. Dicono che tra poco parlerò swahili perfettamente, soprattutto perchè si vede che non ho paura di provare e sbagliare, (leggi “fare figuracce”). 

Come sempre, ho messo da parte per il momento i miei sogni di gloria su lavoro e affini. Faccio umilmente un passo indietro e mi limito ad ascoltare e guardare. Va bene cosi.


Ed è quello che ho fatto anche al primo workshop di formazione con le comunità di base a cui ho assistito ieri e oggi. Un workshop sui diritti dei bambini e delle donne e le violenze di genere, nel quadro dei progetti del CVM per la promozione e la protezione dei diritti dei gruppi marginalizzati. I partecipanti sono persone che a vario livello hanno un ruolo sociale importante nelle comunità: giudici di villaggio, donne influenti, persone che a titolo volontario si offrono di sensibiizzare/ascoltare/offire un sostegno nei proprio villaggi su queste tematiche. Worshop tutto in swahili. Ho partecipato con il facilitatore del CVM che mi spiegava i temi, i dibattiti, le risoluzioni. E' stato bello assistervi. Pur non capendo praticamente niente è stato bello vederli mettersi insieme, discutere sulla nozione di diritto del bambino e della donna, in generale e nei loro villaggi, vederli citare casi concreti, riflettere insieme, uomini e donne, anche alzando la voce (non riesco a capire se per stizza o semplicemente come modo di fare...).                                                                          Sono appena tornata a casa. Nonostante i dubbi e le paure che ci sono stati in questa settimana, le immagini di oggi mi fanno sorridere. Avanti tutta.

venerdì 6 settembre 2013

KAZI NZURI



Eccomi qui, secondo giorno a Bagamoyo, Tanzania.
É cosi strano. Ci sono momenti in cui mi sembra di sentire un non so che di familiare, di quotidianità, di colori e suoni già visti. Altri in cui mi ricordo dove sono, e quanto è distante casa.
Stamattina sono andata al mercato. Prima volta. I miei battesimi africani sembrano passare sempre da qui, deve essere un luogo dal significato metafisico. Ci sono andata con la cuoca dell’ufficio. Lei non parla una parola di inglese, io ne so a mala pena due di swahili. Una coppia perfetta. Sono partita con una lista della spesa tradotta in swahili dalla mia coinquilina-responsabile-country representative. Ad ogni banco mostravo la lista alla mia fida accompagnatrice, lei chiedeva e mercanteggiava, poi mi scriveva i prezzi sul foglio – cosi riesco a imparare più o meno il valore delle cose – e poi pagavo. 
Pomodori, cetrioli, carote, arance, latte e yogurt che qui vendono in sacchetti di plastica come quelli delle mozzarelle. Ecco la spesa. Ho passato due ore cosi. Ascoltare, guardare, senza capire nulla o quasi, seguirla nell’intricato garbuglio delle stradine di Bagamoyo. Stradine di sabbia, polvere che la gente spazza agli angoli delle porte, polvere che ti entra negli occhi in questo periodo di vento, strade che sanno di spezie e di carbone bruciato. E botteghe da cui esce la musica, e macellerie dove i pezzi di carne stanno appesi ai chiodi nei muri di piastrelle celesti. Immagini e sensazioni che mi riportano al Madagascar. 
E nello stesso tempo qualcosa di sempre nuovo, di sempre diverso, che mi àncora stretta a questo presente e mi stupisce e un po’ mi spaventa. E mi lascia addosso un po’ di quella paura ansiosa ed eccitata che si prova sempre davanti a quello che non si conosce. C’è odore di salsedine nell’aria. Forse è solo una mia suggestione, ma sento la vicinanza dal mare qui. Un caldo umido che non ho mai sentito a Tana. E poi la donne velate che ondeggiano per le strade, bellissime nei loro veli multicolori che incorniciano i visi e proteggono dalla polvere. E poi i piki piki, le moto taxi che vedo qui per la prima volta. Per tornare in ufficio ne abbiamo presa una. In tre su una moto. Io aggrappata all’autista con i sacchetti della spesa. La cuoca aggrappata a me con i suoi sacchetti. 
I viaggi mi portano sempre a pensare. Anche quelli scomodi e brevi come questo. Mentre rischiavo di perdere pomodori dalle buste di plastica nera. Pensavo ai mesi che mi aspettano. Se saprò vivere appieno questo tempo e queste opportunità, se sarò all’altezza delle persone intorno a me, se sarò all'altezza dei miei stessi sogni.
Una delle poche espressioni che ho imparato (e che ricordo) ieri insegnatami da un collega è “Kazi nzuri”=“buon lavoro”. Tralasciando le strutture grammaticali dello swahili che mi sono ancora del tutto oscure, vorrei che non restasse solo un’affermazione, ma un augurio e uno sprone che mi auto-faccio per accompagnare questi mesi.

venerdì 23 agosto 2013

Si riparte



Ormai è ufficiale. Si riparte. Il 4 settembre ho il volo per la Tanzania. Uno SVE - servizio volontario europeo – di 8 mesi a Bagamoyo, sulla costa est a 75 km a nord di Dar es Salaam, per un progetto sulla promozione dei diritti delle donne.

Sono rientrata dal Madagascar a fine gennaio. Tante idee, il mio modo di pensare e di sentire cambiati. Pur desiderando ripartire ho capito di avere bisogno di fermarmi, di metabolizzare quello che avevo vissuto, e forse proprio di farlo a casa, nei luoghi di sempre, nei luoghi dove è più difficile continuare a essere quella che ero giù. Restare a casa è stato difficile, forse alcuni di voi l’hanno provato sulla pelle, altri hanno visto la mia fatica. La fatica di adattarsi a un modo di vivere e lavorare che non sentivo più mio, ma che alla fine è anche parte di me. E’ servito per riflettere, per pensare a una nuova partenza con più consapevolezza.

Ho fatto richiesta per questo SVE con un’ong marchigiana, il CVM. Tante le ragioni. Tornare in Africa e conoscerne un altro pezzettino. E poi il progetto, orientato al sostegno e allo sviluppo dell’educazione delle adolescenti e delle donne, nel quadro della promozione dei diritti delle donne e delle fasce più vulnerabili ed esposte a HIV/AIDS. Dopo l’esperienza in Madagascar sui progetti di alfabetizzazione dei minori lavoratori, ho cominciato a rendermi conto dell’importanza dell’educazione anche delle fasce più adulte, adolescenti, ragazzi bisognosi di formazione professionale e di aiuto per entrare nel mondo del lavoro; per evitare che gli sforzi fatti con i bambini finiscano nel vuoto, e per offrire condizioni più stabili a futuri uomini e donne, futuri padri e madri di famiglie, fattore imprescindibile per garantire giustizia a loro e ai loro figli.

Il Madagascar ha stravolto e rovesciato tante mie aspettative e certezze. Sono partita pensando di cambiare il mondo. In realtà mi sono resa conto che la prima a cambiare sarei stata io. Che potevo scordarmi i miei schemi perfetti, che nessuno mi stava aspettando, che io forse non avrei fatto la differenza. Che per prima cosa dovevo restare in silenzio, osservare, ascoltare, imparare a seguire i tempi e i modi delle persone che avevo accanto. All’inizio la frustrazione è stata grande, ma piano piano mi sono accorta che facendomi piccola potevo cominiciare a costruire relazioni più alla pari con le persone che avevo intorno, entrare un po’ nelle loro vite, nel loro modo di ragionare, pur restando tante le differenze. E cosi facendo ho scoperto il valore dei piccoli passi avanti, dei piccoli successi, che a volte sono solo un sorriso di complicità strappato a un collega, di ogni minuto speso facendo qualcosa in cui credi e che per te acquista importanza anche se non entrerà nella Grande storia..e che cosi potevo arrivare a trasmettere qualcosa, a “insegnare” qualcosa, a lavorare davvero insieme alle persone accanto a me, partendo dalla fiducia e dal rispetto reciproci. 

Il Madagascar ha cominciato a insegnarmi, con fatica, a lasciarmi andare alla vita. A rendermi conto che tutti i miei piani, le mie aspettative meditate e ponderate potevano essere stravolte in un attimo. E quanto è bello quando succede, e quanto sono incredibili le sorprese che la vita può riservarti, se sai accoglierle. Anche questi mesi in Italia me l’hanno mostrato. Mesi di fatica, di dubbio, di incertezza, ma anche di sorprese bellissime, incontri inaspettati, che ti cambiano e ti accrescono e ti plasmano ogni giorno. Che ti fanno mettere in discussione progetti e obiettivi, che ti fanno arrivare a fare, dire, sentire tutto quello che non avresti mai pensato. E mi hanno portato a questa nuova partenza, quando forse non l’aspettavo più.

Lo spirito con cui l’affronto è molto diverso dalla precedente. Molto più conscia delle difficoltà che ci saranno, dei miei limiti fisici e mentali, di quanto a volte è facile e duro sentirsi stranieri e soli lontano da casa. Molto più consapevole di quello che lascio a casa, che metto in gioco. Ma anche con la convizione di quello che vado a fare e soprattutto del perchè lo faccio, del perchè scelgo di passare un altro periodo lontano da casa, lontano dalle persone care. Con la consapevolezza del valore della condivisione di un pezzo di strada con altre persone, per me e credo per loro, dello stare insieme, del mostrarsi vicini a qualcuno. Con la consapevolezza che solo cercando di costruire una relazione di fiducia con le persone accanto a me posso pensare di trasmettere qualcosa, sul piano professionale e su quello umano, e posso pensare di lasciarmi trasmettere qualcosa. Per poter tornare a casa e cercare di vivere nello stesso modo il mio lavoro e la mia vita anche qui, dall’altra parte del mondo.

Oggi come più di un anno fa mi auguro ancora che questa non sia solo una mia esperienza personale. Non è una frase fatta, non è per paura. Spero e credo che con questo blog, con le mie parole, ma anche con le parole di chi sta a casa, di chi legge e mi risponde, possiamo crescere tutti, da una parte all’altra del mondo in cui ci troviamo.

giovedì 27 dicembre 2012

Natale in carcere



Confesso, quest’anno ho fatto fatica a sentire avvicinarsi il Natale..sarà il clima tropicale, sarà il sole che splende e batte durante il giorno facendo sudare anche una freddolosa come me e che mi fa pensare ai lugli padani più che a dicembre, sarà l’umidità mostruosa che sale verso sera e le piogge torrenziali che l’accompagnano..sarà il lavoro intenso delle ultime settimane e la stanchezza che hanno occupato tutte le mie energie..si non c’è dubbio questo non è il Natale che avevo in mente.

E poi, come ormai il Madagascar mi ha già abituato, capita qualcosa che mi fa cambiare idea e mi scuote, proprio quando ormai non mi aspetto più niente e mi sono rifugiata in un sordo e solitario brontolio.

Il 23 dicembre sono andata in carcere, come quasi tutti le settimane ormai, per un “grande” evento: il pranzo di Natale organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio. Si tratta ormai di una tradizione qui a Antananarivo, durante la quale nei diversi “quartieri” in cui è diviso il carcere viene organizzata una mattinata di preghiera e festa seguita dalla distribuzione di un pasto caldo: riso (che viene cotto direttamente dentro i quartieri) e loaka (l’accompagnamento di carne e verdura) che invece viene preparato fuori e poi portato dentro. Per me, che festeggio il mio primo Natale in Madagascar, si trattava di una novità assoluta.

La mattina ci siamo ritrovati alle 7 e mezza nel piazzale del carcere per le ultime indicazioni, noi volontari italiani, i volontari malagasci, e “un esercito” di una trentina di suore rappresentanti un buon numero dell’ampio ventaglio di congregazioni presenti qui in Madagascar che tutti gli anni si offrono di dare una mano per la preparazione/distribuzione del pasto. 

In realtà appunto a me non era chiesto di “fare” molto: sono i carcerati che si occupano della cottura del riso una volta portato dentro e sotto la supervisione delle suore, e sono sempre i carcerati che si occupano della preparazione e organizzazione delle celebrazioni, degli spettacoli. Quello che veniva chiesto a me, oltre dare una mano dove ci fosse bisogno, era soprattutto il fatto di stare con la gente, di fare festa insieme ai carcerati.

Una volta divisi i compiti, ho seguito le suore nel quartiere che ci era stato asseganto.  Ed è stato li che ho sentito piano piano il Natale arrivare, anche ques’anno.
Mentre davo una mano a montare l’alberello di Natale che non ne voleva sapere di stare in piedi ma che ogni volta veniva raddrizzato tesdardamente dai carcerati.
Mentre addobbavamo con striscioni e stelle la cappella. Mentre arrivavano da chissà dove tamburi, chitarre, tastiera, microfoni per animare la giornata.
Mentre cantavo con i carcerati, dividendo orgogliosamente con loro microfono e libretto dei canti, durante la liturgia ecumenica che cattolici, protestanti, avventisti hanno organizzato al posto della messa tutti insieme, dividendosi alla pari compiti e spazi .
Mentre molto semplicemente “mi godevo lo spettacolo” organizzato finite le preghiere nell’attesa di un riso che non cuoceva mai, la cappella trasformata in un palcoscenico a scena aperta su cui i carcerati si sono esibiti a turno per più di due ore: musicisiti, cantanti, corali delle vari stanze del quartiere con tanto di medaglietta di riconoscimento, ognuno con il suo pezzo e il suo programma ma ognuno generosamente disposto a prestare una strumento, a suonare insieme agli altri..chiarissimo e toccante l’orgoglio e la gioia da parte di tutti i presenti di prendersi quel momento, di farlo proprio in uno scambio e un ruotarsi di strumenti, di voci, di abbracci..
e ho sentito il Natale anche più tardi, alle 2 passate, distribuendo il riso finalmente cotto, con salsiccia e lehisoa(verza) e pure una banana perchè è festa e bisogna festeggiar, augurando “Tratry ny Noely” sotto un sole che sembrava agosto.
Siamo venuti via alle 4 passate, la stessa ora a cui mi sarei alzata da tavola per il pranzo di Natale a casa, pensandoci bene.

Quest’anno per me il Natale è stato questo. Manca sempre un po’ il calore di casa, la testa e il cuore corrono alla cena della vigilia con mamma-papà-fratello-nonni-zii-cugini, manca l’odore e il sapore di certi riti fatti da sempre ma che per me continuano ad avere un senso e un valore.  Ma quest’anno c’è stato un altro calore che ho sentito, un altro senso di casa e di familiarità e di festa, facendo festa
con gente condannata in alcuni casi fino alla morte, avendo il privilegio di assistere  a un assolo di vilia (strumento tradizionali malgascio ), trasportando secchi colmi di salsicce,  ascoltando vecchietti che ci si immaginerebbe in tutt’altro posto che non nel cortile di una prigione, che però sanno ancora cantare a sguarciagola e con gli occhi lucidi “Misaotra Tompoko, misaotra Andriamanitra”(grazie Signore) .

Tutti loro, oltre a farmi sentire le mie fatiche più leggere e sopportabili, mi hanno fatto sentire più vicino e vero l’arrivo del Signore qui su questa terra, ancora una volta, per loro, per me.

Buon Natale e Buon inizio 2013 a tutti

venerdì 20 luglio 2012

Un venerdi come tanti

Sono nel mio ufficio, che cerco di riassumere tutti i mei appunti sule visite di controllo fatte nei centri scolastici..ma è quasi impossibile..dalla chiesa “bory bory” (=tonda, per via del campanile) accanto a noi arriva l’eco dei canti dei bambini. No, mi spiego meglio, non solo l’eco, in realtà sembra che in chiesa ci sia anch’io o che viceversa stiano cantando direttamente davanti alla mia scrivania.
Il venerdi è il giorno delle prove dei canti qui in parrocchia: fin dal mattino, quando arrivo in ufficio, si cominciano ad accalcare orde di bimbi per entrare in chiesa..un po’ come al momento dell’entrata a scuola..in effetti è un po cosi, il venerdi la scuola la si fa qui. Tutti i bimbi arrivano con gli insegnanti, con la divisa della scuola. E cosi dalle 8 e mezza a mezzogiorno viene eseguito tutto il reportorio musicale sacro.  A essere sinceri c’è da dire che se non sono le prove dei canti, c’è un funerale, un battesimo, una festa del patrono o della parrocchia da celebrare. L’importante è cantare, a scuarciagola, tutti insieme.
Ma il venerdi assume un valore un po’ diverso, forse perchè il venerdi rimane per me il giorno più bello della settimana, forse perchè poi c’è il weekend, forse perchè le voci bianche fanno sempre il loro effetto, forse perchè i canti qui hanno una carica incredibile. È impossibile non seguirli, e se dimentico per un attimo dove sono, finisco che mi commuovo quasi.
È buffo, le prime volte c’èra una sorta di moto di ribellione nella mia testa: tante cose da fare, da voler fare, e in tutto questo la musica è solo un fattore disturbo.. piano piano, imparando a riconsocere le canzoni, le parole, o forse solo lasciando un po’ indietro tanti dei miei “bisogna!”, mi sono ritrovata quasi senza accorgermene a seguire il ritmo. Non devo più neanche interrompere quello che sto facendo..canticchio o seguo la musica mentre batto i tasti sul computer. E sorrido.
Questa è l’altra faccia di una vita vissuta davvero in mezzo e sotto gli occhi della comunità e del quartiere nel quale vivi. È l’altro lato della medaglia dello svegliarsi di notte per i latrati dei cani giù in strada o del non riuscire ad addormentarsi per la musica reggeaton-malgascizzante che anima quasi tutte le serate. È l’altra faccia dell’essere apostrofata in italiano per strada (quando normalmente tutti i vasaha vengono presi in giro in francese) o dell'essere riconosciuta dalla signora da cui hai comprato i pomodori un mese fa e di cui tu non ti ricordavi bene neanche il volto. O del vedersi arrivare a casa la vicina che ti dice che il pane che avevi prenotato nel banchetto davanti a casa è già pronto e che bisogna andare a prenderlo subito perchè se no poi si secca..

sabato 23 giugno 2012

Per una volta buone notizie

Maggio 2012

Vengo da una settimana passata in giro per Tana alla scoperta e all'incontro con i centri scolastici che aiutiamo, lati più o meno belli. Vengo da una settimana in cui anche dall’Italia è stato tutto un susseguirsi di brutte notizie, il terremoto a casa, bombe, crisi.
Allora oggi voglio parlare di una bella notizia, di una bella storia. È un centro che aiutiamo da poco e che ha cominciato ad accogliere e dare un’istruzione ai bambini circa due anni fa, nella periferia di Tana, in quella che sembra già campagna profonda e dimenticata. Il tutto è nato da un’associazione che esiste da circa una quindicina d’anni di allevatori e contadini, che si sono messi insieme per darsi una mano con le formazioni, la produzione e la vendita dei prodotti.
Qualche anno fa una coppia di membri dell’associazione già anziani, ha deciso di usare un po’ dei soldi risparmiati per offrire un pasto settimanale, un bagno (e un taglio di unghie e capelli visto il problema dei pidocchi) ai bimbi in situazione difficile dalla zona: figli di prostitute o di prigionieri o semplicemente di genitori che restano fuori casa in cerca di lavoro o di qualcosa da mangiare fino a sera, bimbi che passavano le loro giornate in strada.
La signora si è accorta che il sabato, giorno della distribuzione del pasto previsto per le 11h 30, i bambini arrivavano sempre prima, non sapendo dove altro stare. Ha pensato allora di impiegare il tempo in modo più produttivo, e nell’attesa insegnare loro a contare e a scrivere i numeri, servendosi di canzoncine e filastrocche. La cosa è continuata e si è sviluppata. La coppia ha pensato di trasformare questo impegno saltuario in qualcosa di un po’ più organizzato, mettendo in piedi due sezioni della scuola materna, utilizzando i locali dell’associazione agricola, e cioè le vecchie stalle e pollai. Un anno fa è stata ottenuta anche l’autorizzazione per l’insegnamento elementare. Oggi il centro accoglie circa 520 bambini, dà loro un’istruzione di base e li prepara agli esami “ufficiali”, per la reinserzione nella scuola pubblica. Non vengono chieste tasse di iscrizione. Si fa economia su tutto, anche perchè di aiuti ce ne sono pochi e i bisogni (di cibo, medicine, bollette dell’acqua, libri e quaderni..) sarebbero tanti: un aiuto importante viene dai membri dell’associazione che si autotassano o danno una mano per produrre quello di cui c’è bisogno: banchi, grembiuli.. Gli insegnanti stessi sono i figli dei membri dell’associazione. E questo ha permesso paradossalmente di evitare l’interruzione dei corsi che c’è stata in quasi tutte le scuole pubbliche del Madagascar in seguito agli scioperi degli insegnanti.
Quando sono venuta in visita per il controllo, mentre le mie colleghe erano alle prese con magazzini, controllo dei viveri rimasti e distribuiti, coerenza dei calcoli etc etc, io sono stata “catturata” dalla responsabile del centro che mi ha raccontato tutta la storia della scuola, trascinandomi a vedere ogni angolo e raccontandomi (forse con più dovizia di particolari del necessario) delle difficoltà quotidiane, della solitudine in cui sono lasciati da parte delle istituzioni pubbliche, ma sempre con tanto orgoglio per quello che si è riusciti a fare.
Ho visto i banchi o le sedie in costruzione, della cui semplicità la responsabilie si è scusata (anche più del dovuto vista la situazione media dei centri che ho visitato). Ho visto l’ingegnoso meccanismo per il risparmio dell’acqua messo in piedi: al posto dei rubinetti sono state inserite tre bottiglie con l’acqua (che viene presa dai bimbi dal pozzo) e una con il sapone: i bimbi possono lavarsi le mani ma imparano a fare attenzione al consumo. Ho visto le pareti delle vecchie stalle dipinte con immagini dei cartoni animati dai membri dell’associazione. Sono entrata in tutte le classi (a volte si tratta di un unico stanzone diviso da tende)interrompendo le lezioni  e “costringendo” tutte le volte i bimbi ad alzarsi, fare i saluti di rito e ripetermi tutto quello che hanno imparato durante la giornata, comprese le famose filastrocche sui numeri,  tutto rigorosamente in francese – lingua in cui vengono tenute le lezioni, come ci ha tenuto a dirmi la responsabile, per evitare complessi di inferiorità ai bambini e dare loro un insegnamento di livello il più simile possibile a quello statale, per  quando e se riusciranno ad entrare nel sistema pubblico-.    Ero ben consapevole che molte delle cose che mi venivano dette e mostrate erano fatte apposta per colpire la mia sensibilità come quella di qualunque visitatore e catturare possibili finanziamenti, ma confesso che sono riuscite lo stesso a farmi sorridere e commuovermi.
La scuola resta isolata e la stessa responsabile mi dice che non sa quale sarà il destino di questi bambini se, anche superati gli esami, nessuno potrà più pagare le tasse scolastiche per loro. Ho provato imbarazzo quando mi sono sentita ringraziare per il nostro-mio lavoro, per quello che facciamo, per l’aiuto che diamo, mentre mi sembra di non fare e non poter fare praticamente nulla. Mi sembrava bello poter almeno raccontare quello che ho visto.