martedì 11 marzo 2014

Microcosmi




A Dar es Salaam, tra Morogoro road e Kenyatta road c’è un posto che è come una porta su un altro mondo. Non ci sono cartelli o insegne a segnalarlo, è un passaggio un po’ stretto, quasi invisibile. L’ennesima sorpresa di quest’Africa che continua a stupirmi.

È il quartiere indiano, la zona dei templi indu. Qui, i colori, i suoni e gli odori di un’ India che non ho ancora mai visto si mescolano con i colori, i suoni, gli odori di un’Africa che comincia ad essermi familiare. Odori e colori che vengono da ancora più lontano di questa Africa già cosi lontana e che scopro qui per la prima volta. Un mondo dentro il mondo. L’India dentro l’Africa. Per me questo passaggio ha una collocazione geografica precisissima. Un venditore di cocco all’incrocio di due vie è la mia porta. Non lo puoi trovare su una cartina stradale. Ma per me è lì il passaggio, chiarissimo. Dopo avere camminato tra i banchi del mercato, tra arachidi e spezie e verdura e ceste di vimini e mais cotto alla brace, dove il sole fa marcire la frutta in fretta e nel naso entra l’odore forte delle bananen andate a male. Dopo essermi fatta spintonare da gruppi di donne forti e grosse, dai coloratissimi veli di un Islam che qui è colore e vivacità. Dopo avere rischiato di farmi rubare la borsa o essere presa in pieno da un pikipiki o da un bajaji in corsa. Dopo essere inciampata in una borsina di plastica nera perchè distratta dagli enormi cartelloni pubblicitari di una delle tante compagnie telefoniche del paese... Ecco, li c’è un punto in cui cambia la disposizione e la struttura degli edifici, in cui le cupole a volta sostituiscono i tetti squadrati, in cui vedi cambiare i tratti e i colori dei volti, la fogglia dei vestiti e dei cappelli, gli odori dei corpi. In cui il grigio del cemento dei vecchi palazzi si mescola al giallo e al rosa delle costruzioni indu. Capelli lunghi e lisci si mescolano ai capelli cortissimi o acconciati in treccine delle donne tanzaniane. E le barbe corte e grigie degli uomini sostituisco i visi glabri e nerissimi. Non te ne accorgi subito, poi c’è un attimo di stordimento. Camminando, ci sono momenti in cui non so più dove sono, in cui i punti di riferimento vengono meno, in cui ho paura di avere “sbagliato strada”, come quando apri una porta e ti ritrovi in una camera che non è quella che avevi lasciato.  

Lo stupore non mi ha fatto tornare indietro. Quando sono arrivata qui la prima volta, ho continuato a camminare  per queste strade, mi sono fermata davanti ai negozi  che esponevano sari, davanti alle botteghe di cibo indiano dove proprietari indiani si spiegano in uno swahili stentato con i camerieri tanzaniani, e poi mi sono fermata incantata davanti ai tanti templi e centri di cultura e spiritualità indu. È strano, bastava cambiare una via e tutto il paesaggio era cambiato. Ma nello stesso tempo era tutto cosi naturale, cosi reale. La prima volta che sono entrata in un tempio indu è stato a Mwanza, nel nord della Tanzania, la città in cui la comunità indiana è la più numerosa del paese. Il tempio era deserto, le guardie tanzaniane l’hanno aperto solo per me turista. Camminavo per i saloni ampi sentendo risuonare i miei passi. A Dar ho avuto la fortuna di trovare sempre i tempi aperti, pieni di gente che li “viveva” davvero. La prima volta, per caso, sono entrata in uno dei templi/centri dedicati a Pramukh Swami Maharaj. Intorno a me gruppi di persone che si incontravano lì per pregare, salutare amici e parenti, condividere il momento prima della cena, o semplicemente perchè fedeli a un rito che si porta avanti da anni. Mi sono trovata sempre per caso ad assistere a una cerimonia.  Guardavo in silenzio, facendomi piccola piccola per non disturbare. Lì, un’anziana mi ha visto, mi ha preso per mano e mi ha portato in un altra ala del centro per assistere alla “cerimonia della musica”dedicata a Swaminarayan, credo. Mentre mi raccontava la sua vita e quella del marito che aveva lavorato per una compagnia italiana di Dar, mi spiegava che da  40 anni tutte le sere veniva nel tempio per portare avanti quello che era diventato un rito, e mi spiegava il senso di quel trovarsi insieme ad altre donne, anziane, giovani, con bambini di tutte le età, per suonare e cantare.

Sono tornata a Dar. Sono tornata in questo microcosmo. Sono entrata nello stesso tempio. Tutto era al suo posto e nello stesso tempo diverso. Le persone camminavano come me per i saloni. Alcuni si inginocchiavano e recitavano litanie davanti a teche contenenti statue e giolielli antichi. Alcuni camminavano assorti intorno agli altari, e alla fine di ogni giro facevano rintoccare il suono di una campana. Un grande silenzio e una grande pace ovunque. Sono uscita e sono entrata nel tempio di fronte, il BAPS Shri Swaminarayan Mandir. Le sei di sera, l’inizio della celebrazione del fuoco. Uomini e donne si separano all’ingresso del tempio, nel momento in cui si tolgono le scarpe e le ripongono in apposite scarpiere di ferro. Le donne prendono la destra, dirigendosi verso il fondo del tempio, gli uomini entrano davanti. Ho seguito titubante un gruppo di ragazze che entravano alla spicciolata. Risate tra studentesse con gli occhiali spessi e i brufoletti dell’adolescenza. Poi raccoglimeno. Sono passata sotto volte decorate e colonne bianche scolpite,  sono entrata e  mi sono seduta sui tappeti blu imbottiti. Intorno a me, un vorticare di colori e stoffe diversi. Tuniche decorate con fili dorati a maniche corte portate su pantaloni in tinta. Vestiti lunghi fino ai piedi.  Le schiene nude delle donne più anziane, avvolte in sari che lasciano scoperte in parte la pancia e la schiena. Profumi di unguenti e creme che io non conosco. Giovani, donne di mezza età, anziane. Arrivavano a gruppetti o sole, si sedevano svelte e sempre svelte incrociavano le gambe mentre io non riuscivo a trovare una posizione comoda. E poi tutte concentrate a seguire la cerimonia. Io, che non capisco una parola di nessuna delle mille lingue dell’India, mi sono incantata ad osservarle, concentrandomi sui diversi vestiti, i particolari, gli orecchini al naso, l’acconciatura dei capelli, le unghie perfettamete laccate. Ogni tanto guardavo in alto, guardavo fuori, scendeva la sera e la luce del tramonto si rifletteva sulle colonne bianche. Nell’aria, odore di chapati cotto sulle braci in qualche ristorante vicino. Davanti, nella zona degli uomini, si alternavano predicatori e maestri che leggevano i veda, li commentavano, inserendo anche commenti sulla situazione attuale. Tra un discorso e l’altro, musica dolcissima e canti a cui la folla finisce sempre per partecipare, prima a bassa voce poi sempre più rapita. Un maxi schermo proiettava tutto quello che succedeva, anche i testi delle canzoni. Dove sono? Semplicemente sono rimasta lì, a guardarmi intorno, ad assistere a qualcosa che non capivo bene ma che ero contenta di poter vivere.

Alle 7 dovevo andare. Mi sono alzata, cercando di farlo svelta pur sapendo di risultare impacciata. Sono uscita lentamente, leggermente stordita, di nuovo sotto il colonnato già immerso nella sera scesa nel frattempo. Mi sono infilata le scarpe e sono uscita. La musica proveniente dall’interno si mescolava già con i suoni della strada. Per le vie era già cominciato il movimento della sera. La gente stava seduta ai tavolini dei ristoranti. Altri gruppetti di persone camminavano svelti verso casa o chiacchieravano davanti alle porte delle abitazioni. Giovani padri con bambine in braccio. Gruppi di donne in sari e le lunghe trecce di capelli finissimi. Commercianti indiani in piedi davanti alle loro botteghe. Ho fatto pochi passi ed eccomi di nuovo nella Dar africana. Sulle griglie si arrostiva la carne di manzo e il pesce, i banchi di frutta in chiusura, di nuovo odore di chapati e riso. Di nuovo volti e colori che cambiano. Dal vicino quartiere arabo arriva il canto del muezzin. Un altro microcosmo.

A Dar es Salaam la gente va di fretta. Soprattutto i wazungo, i bianchi. Sia quelli che vivono stabilmente qui ma che di solito risiedono e lavorano in altri quartieri, sia i turisti di passaggio che magari spendono a Dar solo poche ore, aspettando un battello per Zanzibar o un volo per una qualche altra destinazione.  Qui è difficile arrivarci. A meno che tu non voglia perderti.  Se ti prendi il tempo di camminare, di farti catturare da strade e vie che a prima vista sembrano intricate e impossibili da riconosere e ricordare ma che piano piano diventano parte di una topografia tutta particolare e personale, finisci per scoprire un cuore caldissimo e pulsante di questa Dar che non è solo il traffico e la confusione della stazione degli autobus di Ubungo (da cui partono i bus per tutto il paese) o lo sfarzo delle ville che si specchiano sulla Baia di Oyster. Colori odori suoni penetranti che mi entrano nel naso, negli occhi, nella pelle, si mescolano, si impastano al mio sangue, al mio sudore, insieme a tutto quello che ho vissuto, sovrapposizione dopo sovrapposizione. Mi costruiscono. E cosi ogni giorno la mia forma cambia un poco.

giovedì 6 marzo 2014

Venerdi mattina a Bagamoyo



Venerdi mattina a Bagamoyo. Una giornata cosi bella che non riesco a stare ferma, a non sorridere, a non muovermi. Dopo la burrasca di ieri, che sembrava davvero fare pensare all’inizio della stagione delle pioggie, con pioggia torrenziale e vento e acqua mescolata a polvere e sabbia, e fango nel quale ti impantani, e cieli sempre più neri e nuvole che non si svuotano ma si gonfiano sempre di più, è tornato a splendere il sole. Il tempo qui è come la sua gente, capace di farti incavolare, amareggiare, piangere, e dopo un attimo regalarti le soprese e i sorrisi più grandi.   Oggi c’è un cielo blu cobalto meraviglioso, l’aria fresca e il sole caldo, caldo caldo come solo il sole africano. Niente afa, niente umidità. Oggi si riesce a camminare spediti, non piegati da un calore soffocante che stende. Oggi i pensieri corrono veloci. Mentre venivo in ufficio, con la musica nel lettore, pensavo al mio essere in Tanzania, al mio esserci davvero. Forse l’ho realizzato davvero solo oggi. Quello strano e inspiegabile sentirsi un po’ a casa e un po’ sapere che questa non sarà mai davvero casa tua ma che alla fine va bene cosi. 
 E ci penso adesso, seduta sui copertoni delle macchine che qui fanno da “poltroncine da esterni”, davanti a casa di Mama Salumu, di fronte al mio ufficio, mentre aspetto le colleghe. Ci penso mentre seduta in mezzo a loro, guardo i bambini che piangono, ridono e leggono il mio libro di swahili. È un libro della seconda classe della scuola primaria, e abbiamo riso sul fatto che io sono più avanti di loro, che sono ancora in prima.  Ci penso mentre, ancora una volta, cammino  per queste strade assolate e polverose, a cui i miei piedi si sono ormai abituati. Ci penso mentre guardo i vecchi, seduti sui bordi esterni delle case, che mi guardano con le loro cofie ricamate in testa, le lunghe tuniche bianche e gli sguardi profondi, già pronti per andare in moschea.  E le donne con le ceste di foglie esiccate sulla testa e i kitenge allacciati in vita: prima di andare in moschea, loro, devono finire tutti i lavori di casa. Giornata di venerdi, tutto uguale agli altri giorni e tutto ancora più sonnolento e placido nella già sonnolenta Bagamoyo. La bottega all’angolo che serve da mangiare tutte le mattine, è chiusa, come tutti i venerdi. E cosi tanti altri piccoli negozietti. Le Mame che fanno i dolcetti della colazione oggi non lavorano: non c’è promessa di soldi che tenga. È venerdi. Anche le colleghe credo che respirino quest’aria: sono quasi le 9 e non si vede nessuno. Continuo a perdermi nella mia Bagamoyo. I ragazzi tornano a gruppi dalla spiaggia, dopo una notte di pesca in mare, per quello il venerdi non conta. Sanno di pesce, di alghe, di mare, i vestiti rovinati e i sorrisi larghi sulle bocche. Puoi sentirli arrivare annusando l’aria ancora prima che voltino nella via. Ora Neema è arrivata, si apre l’ufficio, mi siedo al mio tavolo. 
Pregusto quello che verrà: il canto del muezzin che fra qualche ora comincerà a chiamare alla preghiera del venerdi, il rincorrersi dei canti delle diverse mosche della città, e l’affrettarsi della gente alla preghiera, unico momento di frenesia della giornata, tutti divisi a gruppetti, le donne chiacchierando di cosa cucinare alla sera, gli uomini che si limitano a gesti di intesa e scosse del capo che corrispondono a precisi significati, i giovani con passo veloce aggiustandosi in ritardo le cofie in testa. Vedrò tutto questo dalla porticina dell’ufficio, una finestra su questo mondo brulicante che so che continuerà imperterrito e fedele a se stesso anche quando io non ci sarò più. I canti andranno avanti fino a sera. Accompagneranno la mia lezione di swahili del pomeriggio entrando dalle finestre scalcinate della scuola in cui prendo lezione. Accompagneranno il mio camminare verso casa, sulla spiaggia se la marea non è troppo alta.  Andranno avanti ancora più in là, a illuminare un’altra notte tanzaniana insieme alle stelle di questi cieli nerissimi. Un altro venerdi come tanti. Forse domani tornerà la pioggia, ma che importa?





mercoledì 19 febbraio 2014

MAMA JAMILA ANASONGA UGALI



Bagamoyo, 18 febbraio 2014


Venerdi sono andata insieme alle colleghe di BAGEA in una primary school di Bagamoyo per una mattinata di peer education con gli studenti. BAGEA è nata per promuovere il diritto allo studio delle ragazze qui nel distretto, dati gli enormi ostacoli cultural, economici e sociali che ancora esistono a un riconoscimento pieno e reale dei diritti per le donne, in primis quello all’educazione.  Normalmente lavoriamo e promuoviamo attività di educazione, promozione dei diritti e sensibizzazione per le ragazze dai 16 ai 30 anni, ma abbiamo capito che se non si lavora anche con bambini e bambine, se non si comincia fin da subito a parlare del diritto alla dignità, all’educazione, alla promozione femminile, poi sarà molto più difficile a lavorare con le ragazze ma anche con le stesse comunità locali nelle quali le ragazze vivono.
E cosi, ecco l’idea di andare nelle scuole, per cercare di spiegare e fare passare, in maniera semplice e “giocosa”, concetti come il diritto all’educazione e il diritto a un’educazione paritaria per bambini e bambine, lotta contro la violenza sulle donne, un inizio di educazione sessuale e sulle malattie sessualmente trasmissibilli. Forse sermbra un po’ prematuro, ma in un paese in cui il tasso di gravidanze precoci (riferendosi a un’età che va dai 11 ai 14 anni) è tra i più alti al mondo forse cambierete idea. L’obiettivo è che gli studenti formati a loro volta possano trasmettere un po’ delle nozioni apprese ai loro coetanei e amici. Ecco il senso della peer education.
Sono arrivata a scuola con Alala, la presidente di BAGEA che ha una carica ed un’energia trascinante soprattutto con i giovani, Jamila, la segretaria dell’associazione, e Valentina, nuova SVE sbarcata da poco più di un mese a Bagamoyo. Per me non era la prima volta che partecipavo alla peer education, ma confesso che fa sempre un certo effetto entrare in queste classi polverose e ombrose, dove ti servono alcuni minuti per abituarti all’oscurità venendo dalla luce accecante di fuori, in cui stanno stipati, in rigorso silenzio e ansiosa attesa dai 45 ai 60 bambini. Una classe. 120 occhi fissi su di te. Ad aspettare quello che tu farai e dirai. Ad aspettare un tuo cenno. Alala si è presentata, ha presentato l’associazione e il motivo della nostra presenza qui. Poi ci ha fatto presentare. L’ultima peer education a cui avevo partecipato era stata diversi mesi fa, quando il livello del mio swahili era davvero basico, mi toccava presentarmi in inglese e i bambini mi guardavano sempre con deferenza e un po’ di timore. Questa volta mi sono presentata in swahili, e i bambini hanno risposto al mio “Mambo!” con un caloroso “Poa!!” Alala ha cominciato a introdurre diversi concetti chiedendo ai bambini di intervenire con suggerimenti e opinioni. Parlando della vita quotidiana, chiedendo il riferimento alle loro storie personali, a quello che i bambini vedono e vivono in casa e a scuola è molto più facile riuscire a parlare anche di concetti “difficili” come parità uomo-donna, educazione, violenza. A ogni spiegazione seguiva una fase di lavori di gruppi in cui i bambini si raggruppavano a gruppetti di 6-7 per discutere insieme dei temi affrontati e sviluppare le loro idee. E poi, per sciogliere la tensione, la parte più bella: una sorta di bans-versione tanzaniana proposti da Alala. Ce n’è in particolare uno che Alala mi ha insegnato durante la prima peer education e che è un po’ il suo cavallo di battagia. Inzia cosi: “Mama Jamila (una presa in giro nei confronti della “nostra” Jamila) anasonga ugali”: che tradotto vuol dire “Mama Jamila prepara l’ugali (uno dei piatti nazionali tanzaniani: la tipica polenta bianca di mais). E poi continua: “con una mano, con l’altra mano, con i piedi, abbassandosi fino a terra, ballando” etc. Tutto mimato. Alala ha cominciato in sordina, invitando i bambini di seguirla. Credo che non credessero ai loro occhi e ai loro orecchi. Un adulto che dava loro l‘autorizzazione e ballare e cantare a squarciagola in classe. Subito hanno cominciato timidamente poi si sono scatenati, come solo i bambini sanno fare, soprattutto quelli africani. Ad un certo punto ho pensato che l’aula sarebbe venuta giù. E devono averlo pensato anche  le persone fuori, perchè è venuta un’insegnante da un altra classe per chiedere se andava tutto bene. Dopo un’altra “sessione di lavoro” Alala ha riproposto il bans, chiedendo a me e Valentina di accompagnarla. È stato lo spettacolo. Cioè non per la nostra performance, che davvero lasciava alquanto a desiderare soprattutto se paragonata all’elasticità africana, ma per il momento di condivisione che si è creato. I bambini si sbellicavano dalle risate, e poi, dopo un attimo, hanno ripreso a ballare con noi. Siamo qui per parlare di diritti, di educazione, e spesso rimaniamo chiusi nei nostri uffici, sapendo poco di cosa vuol dire “educazione” qui, e di cosa vuol dire lavorare insieme con la gente del posto per rafforzare questo diritto. Io non sono un’educatricie o un’animatrice, non mi ci vedo e non credo che sarebbe il mio posto, ma in quella classe, cantando insieme di come si prepara l’ugali, mi è sembrato per un attimo di essere più vicina a quei bambini che mi prefiggo di “aiutare” dal mio ufficio, di capire un po’ di più, di entrare un po’ di più nella loro storia. Come quando con l’ortolano mi fermo a discutere di come si cuoce il matembele (una sorta di bietola locale), o come quando con Roma, il mio insegnante di swahili, discutiamo di cosa vuol dire essere giovani lavoratori in Tanzania o in Europa..

Oggi, dopo il lavoro, stavo camminando per le stradine di Bagamoyo. Un gruppo di bambini con indosso la divisa scolastica mi si è avvicanato e mi ha salutato. Capita spesso e non ci ho fatto troppo caso. Poi però mi hanno detto “Mambo Vale!Mama Jamila wapi???” (Ciao Vale, dov’é Mamma Jamila???.. erano i “nostri” studenti..si erano ricordati! Era rimasto qualcosa della mattinata passata insieme! Mi piace pensare che tra una parola di un bans e un’altra sia rimasto anche qualche riferimento a educazione e diritti umani.  Spesso mi sento amareggiata o delusa, quando ho l’impressione che si riesca a fare cosi poco, che alla fine le persone siano cosi poco interessate a quello che facciamo. È bastato un “Mama Jamila” a farmi tornare il sorriso. A farmi dire che non è mai tutto inutile. Ridendo ho risposto “Mama Jamila pale ofisini ya BAGEA!” (è all'ufficio di BAGEA).

domenica 15 dicembre 2013

DIRITTI UMANI - HAKI ZA BINADAMU



Bagamoyo, 15 dicembre 2013

Questa settimana ho partecipato a un workshop di due giorni sui diritti umani organizzato dal CVM e rivolto a tutti i suoi partner, Bagea, l'associazione con cui collaboro, ma anche tante altre associazioni impegnate nella promozione e difesa dei diritti di donne e bambini.

La mia educazione è stata “infarcita” dalla parola “diritti umani”: a scuola, all’universtà, per televisione, sui giornali, a seminari di approfondimento..in Europa è una parola che senti spesso sulle nostre bocche. Con un’accezione che diventa sempre più ampia, più omnicomprensiva, quasi filosofica, senza però la sicurezza che nella quotidianeità i diritti più o meno importanti vengano rispettati davvero.  Ero molto curiosa di vedere come sarebbe stato stato organizzato il workshop, curiosa di vedere come si sarebbe affrontato il tema dei diritti umani qui a Bagamoyo, quello che sarebbe venuto fuori dai dibattiti.. Forse sono arrivata al worshop immaginandomi gli stessi dibattiti articolati, complessi, che si perdono in mille dettagli e sfumature dei termini che facciamo nelle nostre università o nelle nostre tavole rotonde.. 

Tutto il mio ragionare è stato messo in discussione fin dal primo giorno di worshop. Appena finite le presentazioni e la spiegazione sul senso del seminario – capire e discutere sui termini e sulla legislazione esistente in Tanzania in materia di diritti umani e nello specifico dei diritti del bambino e delle donne- siamo stati divisi in tre gruppi, ed ad ogni gruppo è stato chiesto di rispondere ad alcune domande preliminari: 1. Che cos’è un diritto? 2. Cosa sono i diritti umani? 3. Qual è la qualità/caratteristica dei diritti umani?

Il worshop era naturalmente in swahili, e cosi io avrei voluto defilarmi, ma i membri del mio gruppo hanno chiesto anche a me di dare il mio contributo, aiutandomi con l’inglese. Ho subito cominciato a elaborare nella mia testa la definzione che fosse la più corretta e completa di “diritti umani”, ripescando nella memoria gli infiniti corsi  di diritti di tutti i tipi seguiti in università, preoccupandomi di dare definizioni molto articolate intorno a termini come universalità, reciprocità etc etc. Gli altri membri del gruppo mi hanno preceduto. Spiazzandomi un po’. “I diritti umani sono il diritto alla vita, il diritto a un’educazione di qualità, il diritto alla salute” hanno detto. Cose concrete, cose molto ben determinate. Che forse da un punto di vista giuridico non rispondono appieno alla domanda “che co’è un diritto? Qual è la sua caratteristica?” ma forse rispondono molto di più alle carenze che si vedono tutti i giorni qui a Bagamoyo e alle necessità che vengono sentite come le più urgenti e più bisognose di essere definite “diritti”.

Ancora, se proprio c’era da fare un elenco di diritti, io avrei sicuramente inserito il diritto alla libertà. Libertà di pensiero, di parola, di stampa. Concetti a cui in Europa si è molto legati e che io stessa considero non parole vuote ma diritti fondamentali da difendere e valorizzare. Ma nessuno dei miei compagni ci ha pensato o l’ha nominato. Per loro, era molto più prioritario parlare di diritto all’educazione di base, in un paese in cui c’è un altissimo tasso di abbandono scolastico, soprattutto femminile, per ragioni culturali e sociali ma anche economiche, visto il costo proibitivo per molto famiglie legato alla scolarizzazione (acquisto della divisa scolastica – obbligatoria-, costo dei pasti, del trasporto e dell’alloggio per i ragazzi che vengono da lontanto, soprattutto per quanto riguarda la scuola secondaria..). Come cambia la priorità di necessità e diritti da un paese all’altro! Come cambia anche il significato che diamo agli stessi termini. Penso per esempio al fatto che quando in Italia parliamo di difesa del diritto all’istruzione, parliamo di riforma universitaria, di fondi per la ricerca, di tirocini retribuiti..quanto è grande il divario! Già solo questo primo momento di confronto mi ha fatto riflettere moltissimo.

Dopo avere chiarito un po’ di definizioni preliminari, ci siamo addentrati più nello specifico sul tema dei diritti del bambino. Anche qui, tanti spunti di riflessione. Si è arrivati a parlare del problema del lavoro minorile. In Tanzania esiste una legge che regolamenta la situazione e fissa limiti di età per diverse categorie di lavoro: fino ai 12 anni i bambini non possono lavorare. Dai 12 ai 15 anni possono lavorare in casa come “aiuto domestico” per la famiglia. Dai 15 possono cominciare a essere assunti regolarmente. Ad un certo punto il facilitatore del workshop ha chiesto ai presenti chi avesse in casa una ragazzina come aiuto per i lavori domestici. Si tratta di una pratica diffusissima qui in Tanzania, come in tanti altri paesi africani: prendere in casa una ragazzina che aiuti con le pulizie, la prepazione dei pasti, i lavori domestici. Spesso si tratta di ragazzine provenienti da famiglie povere o che cercano di mettere da parte i soldi per pagare la scuola secondaria. Nessuno qui ci vede di niente di strano. È un modo per avere un aiuto in casa dando qualche soldo a chi ne ha bisogno. Io, con la mia sensibilità italiana, faccio ancora fatica a considerarlo “normale”, e un po’ la domanda del facilitatore, fatta a membri di associazioni che si battono per la tutela dei diritti dei bambini, mi ha toccato. In diversi hanno alzato la mano. Il facilitarore ha chiesto l’età delle ragazzine, complimentandosi per il fatto che nessuno di loro avesse preso in casa una ragazzina fuori dai limiti di età previsti dalla legge. Quello che per me era comunque un mancato rispetto dei diritti bambini (il fatto di farli lavorare) veniva invece considerato un primo passo per una migliore tutela proprio di quei bambini. Anche qui, ho cominciato a pensare alla differenza che esiste tra il contesto nel quale sono cresciuta e quello in cui mi trovo a vivere ora. Un contesto nel quale comunque è normale che tutti i bambini, anche se non formalmente impiegati, “lavorino”, per esempio andando a prendere al pozzo o alle cisterne l’acqua in taniche da 10 o 20 litri (che io non riesco neanche a sollevare), o prendendosi cura dei fratelli, o aiutando la famiglia nelle vendita di frutta o verdura.. un contesto nel quale la nozione di “lavoro”, “diritto”, “tutela” forse non possono avere le stesse dimensioni che sono abituata ad utilizzare io. Un contesto nel quale credo sia necessaria molta attenzione e precauzione nel giudicare e dare pareri.

Il workshop è continuato a lungo, con bellissimi momenti di dibattito e di confronto sulle esperienze delle diverse associazioni. Per esempio, il secondo giorno di seminario, che era dedicato ai diritti della donna, è stato bellissimo vedere le differenze tra i diversi tipi di matrimonio previsti in Tanzania, quello “governativo”, quello islamico e quello cristiano, spiegati non solo tramite i testi di legge, ma direttamente dai partecipanti appartenenti alle diverse confessioni, che si sono confrontati sulle proprie specificità trovando poi più punti in comune di quello che pensavano. C’è stato spazio per le domande e per i chiarimenti, con i facilitatori che aiutavano a comprendere certi passaggi dei testi di legge. C’è stato spazio anche per le risate davanti a un piatto di riso condiviso. Per me è stata soprattutto l’occasione per “uscire” un po’ di più da me stessa e da ciò che consideravo e forse considero come delle certezze. Parlando di diritti umani, forse è vero che sui manuali di diritto si possono trovare definizioni “universali”, e credo davvero che la qualità di un diritto umano come tale debba essere e sia il fatto di appartenere all’Uomo, ad ogni uomo indistintamente, senza divisione in categorie, gruppi, senza eccezioni. Ma penso anche che quello che questo workshop e più in generale questi mesi in Tanzania mi stiano aiutando a capire è il bisogno di guardare sempre prima all’uomo, all’uomo nel suo contesto particolare, all’uomo nel suo tempo e nella sua storia, che qui in Tanzania è diversa dall’Italia o dalla Spagna o dalla Germania. Il bisogno di declinare e sfumare quei diritti nel contesto in cui ti trovi, senza voler per forza imporre qualcosa. Voglio dire, credo ci voglia molta cautela nell’affermare come assolute nozioni e definizioni che forse sono validi e hanno un certo valore per me ma possono averne un altro per altre persone. Anche questo è un diritto umano. La tolleranza. Il rispetto delle diversità. Credo che solo partendo da questo si possa pensare di capire un po’ meglio l’altro e entrare un po’ di più nella sua storia. E questo non vale solamente per il mio rapporto con i tanzaniani. Ma vale, credo, per l’incontro con ogni uomo diverso da me.