domenica 24 aprile 2016

Viaggio alla fine del mondo - Equatore, Repubblica Democratica del Congo

Prima missione in Congo. Prima missione in Equatore, una delle regioni piu innaccessibili e dimenticate del paese. I miei colleghi mi hanno salutato con un misto di compassione e sollecitudine, un po incerti di fronte al mio entusiasmo nel poter scoprire un pezzettino in piu di questo meraviglioso paese. Per questa volta, praticamente niente foto, nessuna macchina fotografica per fissare immagini e ricordi,mi hanno rubato il telefono proprio qualche giorno prima di partire. Solo il cuore, lo stomaco,le mie parole scritte su carta lungo i lunghi tragitti per evitare che tutto vada nel dimenticatoio e cercare di lasciare qualcosa a chi legge. Una scoperta che inizia dal finestrino del volo umanitario che da Kinshasa si ferma nelle principali stop points della regione, Mbandaka, Libenge, Zongo, Bangui (in Centrafrica) per arrivare fino a Gbadolite, la mia destinazione, quella che fu la citta fortezza di Mobutu dove erano sorti hotel, une residenza da fare invidia alle villae romane, una cappella e una cripta presidenziale, busti di marmo finissimo e decori in oro, ora completamente in abbandono, ultimo bastione di un Deserto dei Tartari che qui esce dalla letteratura per farsi realtà. Sotto di me, per tutto il viaggio, solo foresta, la meravigliosa, verdissima, imponente foresta equatoriale ed enormi limacciose distese d’acqua, che si perdono nel fango dei fianchi scoscesi del fiume Ubangi. Tu, solo un puntino che potrebbe sparire nel ventre di questo paesaggio. Ogni fermata è una nuova immagine che si fissa nel cuore e nella testa. A Libenge, una pista di atterraggio che non si vede  fino a quando non ci siamo praticamente sopra. A  Zongo, passeggeri in attesa del volo che spuntano direttamente dalla foresta, in bicicletta, moto, a piedi. Bambini che escono dai loro “nascondigli” , a gruppetti fissandoti dal portellone aperto dall aereo con le braccia incrociate, per poi aprirsi in grandi sorrisi sinceri quando tu li saluti con la mano. Zongo-Bangui, il volo piu breve della storia, 10 minuti di viaggio solo per attraversare quella che in Congo chiamano “riviere” Ubangi mentre in Centrafrica “fleuve”. Ennesima porosa frontiera africana, dove i limiti, i confini sono una creazione della quale la natura sembra non tenere conto. Bangui, una specie di aereoporto giocattolo dove gli “operatori umanitari” restano tutti concentrati sui proprio telefoni satellitari, senza il tempo e la voglia di scambiare una parola con in vicino. Gbadolite, l’arrivo sotto un cielo che non ho mai visto cosi nero, il vento che si alza pieno di una polvere rossa che annebbia la vista e brucia gli occhi, e poi la pioggia scrosciante, violenta come solo le piogge equatoriali sanno essere. Il mio benvenuto in un aereoporto pieno zeppo di militari in arrivo e partenza, altro segnale della vicinanza ad una frontiera dove la pace è ancora da consolidare.

Ma è via strada che conosci davvero questa regione, percorrendo le piste disastrate di un luogo che non conosce l’asfalto. Gbadolite – Gemena e ritorno , 8 ore di pista massacrante ma meravigliosa, uno dei viaggi in macchina piu belli che io abbia mai fatto, malgrado siamo rimasti in panne due volte, siamo stati costretti a fare marcia indietro una volta e i giorni di macchina siano diventati 3. Cos’ è il paradiso? Credo che ognuno abbia la sua immagine in testa, o piu di una. Per me questo pezzo di strada è entrato a farne parte. Paesaggi di una bellezza sconvolgente, una natura cosi ricca, cosi possente e nello stesso tempo cosi placida, cosi semplice e perfetta. Intorno a me solo jungla, palme, manghi ovunque. Manghi stracarici di frutti grandi come piccoli meloni, penzolanti fragilmente dai rami. Lunghi pali di legno appoggiati ai tronchi che i bambini usano per fare cadere i frutti e venderli poi sul ciglio della strada. Capanne di paglia a gruppetti di due e tre, organizzate in piccole coorti di sabbia dalle soglie ostinatamente ben spazzate, in un sforzo impari delle donne contro la polvere che continua a stupirmi qui in Africa. Davanti a ogni capanna, due o tre semplici tavole di legno a formare bancarelle improvvissate dove puoi trovare tutto quello che questa natura produce, in una sorta di mercato itinerante che mi segue lungo tutto il viaggio, continuando ad affascinarmi malgrado l’abitudine. Ci sono i manghi, ci sono gli enormi jaquis dalla forma cosi strana e impressionante, palle di sapone casalingo, arachidi tostate e attentamente impilate in file di piccoli sacchetti di plastica, ananas, papaie, manioca pestata e venduta a tazze. Tutto mi colpisce e si imprime nella memoria. Capanne di paglia con i panni stesi ad asciugare sui tetti, corsi d’acqua placida e trasparentissima dove i bambini fanno il bagno schizzandosi e ridendo. Donne di tutte le età, dalle bambine di 2-3 anni alle nonne di 60 con carichi sulla testa, ognuno commisurato all’età e forza del portatore. Pagne coloratissime usate come abito, come porta-bebé, come protezione per i carichi sulla testa. Polli, caprette che attraversano impazzite la strada, maiali, tantissimi maialini che mi ricordano la mia Emilia, a bagno nelle pozze d’acqua lasciate sulla pista dalle ultime piogge. Le celebri bici-taxi di cui tanto ho sentito parlare in Kivu e  che finalmente vedo qui in pieno servizio, affascinata dai conducenti che continuano a sfidare la forza di gravità, trasportando carichi di quintali su piste in pendenza, senza mai perdere il sorriso. Si trasporta di tutto, taniche d’acqua e d’olio, carichi di manioca, caschi di platani, bambini, frutta..ho visto trasportare perfino un maiale, legato per i piedi e compostamente al suo posto.  Pannelli solari, piccolini ma numerosi, messi a ricaricare al sole accanto alle case. Una luce  dalle sfumature meravigliose che illumina tutto, un riverbero abbagliante che si fa via via piu dolce al passare delle ore; verso le 4- 5 del pomeriggio comincia a sentirsi, piu e prima ancora di vedersi, una luce diversa, piu dolce, piu soffusa. Non è solo la luce a cambiare. Lungo le lunghe ore di viaggio è la vita delle persone che ti scorre davanti, con i lori ritmi, i loro riti. Cortei funebri scanditi dai pianti acuti delle donne. La frenesia del mercato del sabato, quando vedi le persone uscire dalla foresta, a gruppetti, tutte insieme in marcia nella stessa direzione; quando capita un dislivello e puoi vedere la strada davanti a te, in salita o in discesa, colpisce il pupullare delle persone in marcia, una festa di colori e di pagne diverse. La calma della domenica o delle ore piu calde della giornata, dove tutti spariscono e la foresta sembra diventare il paese della bella Addormentata nel Bosco, con le sedie di legno che restano vuote davanti alle soglie di casa. E poi il pomeriggio che avanza e la gente ricompare, di nuovo in marcia per rientrare a casa.  E vedi fuochi intorno alle  case, famigie riunite insieme, odore di mais bollito nell’aria. Odore della sera, della giornata che finisce.

Che cos’è la povertà? me lo chiedo mentre passo di fianco a questo microcosmo, in cui tutto sembra avere la sua ragione d’essere e contribuire al suo perfetto funzionamento. Forse scarsità di mezzi tecnici, ma anche qui quello che vedo fa sorgere dei dubbi, dove l’ingegno e la laboriosità delle persone danno delle magnifiche prove di applicazione e riescono a contribuire a quasi tutti i bisogni. Non il superfluo, quello no, per quello non c’è spazio. Come non c’è spazio per la comodità, per la facilità: facilità di accesso ai servizi, alle città, facilità nell’accendere un fuoco, cucinare, lavarsi, arrivare ad un centro medico. Ma quello che vedo mi interroga e mi pone delle domande. Soprattutto di fronte al sorriso con cui sono accolta ovunque, alle lezioni di generosita e di dono gratuito che ho ricevuto a piu riprese durante questi giorni di viaggio da persone che avevano un decimo dei miei beni ma che erano sempre pronti a condividere un frutto, un goccio d’acqua, un po’ di olio per far ripartire la macchina, nella convinzione che qui, dove si fa fatica a conservare le cose, dove una pioggia rischia di farti marcire il raccolto, dove la mancanza di corrente non ti permette di conservare la frutta per piu di due giorni, non ha alcun senso tenere tutto per sè, accumulare, e meglio vale condividere con gli altri, sapendo che quel dono, quella gratuità sarà poi ricambiata e sarà quella che ti farà sopravvivere e che darà senso alla vita. Viaggio alla fine del mondo, viaggio alla scoperta di una delle sue mille frontiere. Viaggio alla scoperta di me stessa. 

domenica 31 gennaio 2016

Riprendere i fili – Primi giorni a Kinshasa

Kinshasa
Riprendo a scrivere dopo mesi di silenzio. Riprendo a scrivere in Repubblica Democratica del Congo (RDC), a Kinshasa. Una specie di sogno che si avvera, sono nel posto di cui leggendo, studiando, sognando è forse nata la voglia, la spinta per l’Africa, sono qui dopo anni di peregrinazioni in giro per il continente e ci ritrovo molto di quello che dell’Africa mi si è attaccato addosso in questi anni. Riprendo a scrivere in un sabato “normale”, 30 Gennaio 2016, mentre la temperatura fuori è di 30° e la gente si accalca nei baretti e nelle botteghe sulla strada per assistere ai quarti di finale della Coppa d’Africa delle Nazioni, RDC contro Rwanda, che si gioca oggi a Kigali.

No, non parlo (solo) della gente che vive nel quartiere e nei magnifici palazzi e uffici della Gombe, il quartiere dove sono concentrate le maggiori organizzazioni internazionali e dove, per ragioni di sicurezza, sono invitati a vivere tutti i bianchi. Dove vivo anch’io, con la luce elettrica e l’acqua corrente sempre a disposizione, con i climatizzatori potenzialmente sempre accessi, dove i 30° di umidità e zanzare se vuoi puoi non sentirli mai.

Madimba
Dico per strada, per i viottoli dei comuni di questa città brulicante e pulsante di 12 milioni di persone che piano piano, senza fretta e senza voler essere spericolata o incosciente, cerco però di conoscere e avvicinare. Una città dove la polvere calda e densa si mescola al fango degli acquazzoni che arrivano improvvisi la mattina presto o la sera, dove l’odore dei cumuli di spazzatura lasciati a putrefarsi all’aperto si mescola all’aroma degli arachidi tostati. Dove è impossibile (almeno per me) non farsi contagiare dall’allegria invadente della musica congolese lanciata a palla nelle radio di macchine, taxi, bus e negozi. Dove l’aria viene rotta e frantumata mille volte al secondo da risate e grida e voci mai misurate o controllate ma sempre traboccanti vita e energia. Strade dove puoi trovare di tutto, senza la minima logica, ragazzi che arrostiscono spiedini di capra accanto a venditori di scarpe la maggior parte delle volte spaiate, parrucchiere a cielo aperto, che ti fanno i capelli davanti a specchi appoggiati a cespugli e alberi, farmacie da banco montate su tavolacci di legno e lustrascarpe che aspettano un tuo cenno di richiesta. Dove i ragazzi ti sorridono sfrontati con i loro muscoli in bella vista e i loro “Bonjour mundele  (Buongiorno “bianca” in lingua lingala), offrendoti un giro a poco prezzo sulle loro pericolosissime moto taxi. Una città dove mi ritrovo intimidita da un contatto sempre così ravvicinato, invadente, con altri corpi umani, cosi diverso dalla distanza di sicurezza che manteniamo in Europa, e colpita da un odore intensissimo di pelle, di sudore, di essere umano. Un odore cosi diverso dal mio. Un odore che forse non riuscirò mai a sentire totalmente mio, come forse non riuscirò mai a sentirmi davvero parte di questa vita e di questa comunità, ma a cui in questi anni, piano piano, ho cercato sempre di avvicinarmi un po’di più, condividendo con tante persone diverse da me pezzetti di strada.
Giardino botanico di Kisantu
Un posto dove soprattutto la sera, quando torno a casa in macchina, il naso fuori dal finestrino, inalo a pieni polmoni questa aria umida e appiccicosa che sembra risultare fastidiosa a tutti tranne che a me, mescolata all’odore di patatine fritte e manioca. E mi lascio cullare dal vento fresco perdendomi in questo cielo che è sempre chiaro per le mille luci della città e per l’abbondanza di stelle. Una città, un paese dove la natura è sfrontata, invadente, onnipresente, dove gli alberi, le palme, anche i cespugli sono a mio vedere più grassi, alti, ricchi, dove basta un temporale di mezz’ora e tutto spunta, germoglia, cresce, con un verde di un’intensità sconvolgente. I tropici. Riprendo a scrivere in e di un posto nel quale ritrovo tanto del mio passato, soprattutto della Tanzania, e nello stesso tempo mi scopro diversa e piu ricca ogni istante. Riprendere i fili e nello stesso tempo sentire di starne costruendo di nuovi.

Madimba
Ingresso della Maison du sourire

Oggi sono andata a trovare Lucia e Massimo, fuori dalla Gombe appunto, nel quartiere di Kimbanseke. Quando l’ho detto in ufficio, mi hanno guardato con un misto di stupore e diffidenza. “Cosa ci vai a fare lì?”. Lucia e Massimo in Italia hanno fondato la onlus Non basta un sorriso, per sostenere le attività che svolgono qui a Kinshasa, a favore dei bambini in situazione di disagio. A Kimbanseke hanno aperto una casa per accogliere bambini abbandonati o orfani La maison du sourire e hanno iniziato, attraverso il sistema delle adozioni a distanza, un progetto di scolarizzazione, aprendo una sezione di scuola materna e elementare per offrire ai bambini più disagiati del quartiere un’educazione di qualità e gratuita. Nessun progetto megagalattico ad alto impatto visivo o mediatico. Ma la scelta di restare nel quartiere, stare alle regole della gente del posto, provando a mostrare che i cambiamenti a volte sono i piccoli semi seminati nel silenzio e nell’umiltà. E a volte cosi si producono i cambiamenti piu sconvolgenti. Io non lo so se i sorrisi non bastano. In questi anni “africani” fatti di tante piccole scomodità quotidiane, di stanchezza rispetto a culture e modi di vivere e pensare che spesso non capisco e forse non capirò mai fino in fondo, della fatica di sentirsi straniera e mai veramente accettata, della morte che entra nella tua vita e in quella delle persone con cui lavori e vivi con molta più facilità e rassegnazione di quanto non capiti in Europa, di una scorza di cinismo che ti si attacca addosso e che un po’ intacca l’idealismo dei primi tempi, i sorrisi, gratuiti, sfacciati, a volte sconsiderati, sono la cosa che più mi è rimasta dentro e che continua a stupirmi e accompagnarmi. Quello che so è che oggi, mentre sul divano del salotto della Maison tenevo in braccio la piccola Lumi, accerchiata, quasi soffocata, dal calore denso dei corpi degli altri nove bimbi nella cappa umida della giornata, circondata dai loro sorrisi a 45 denti, non ho sentito differenza nell’odore della nostra pelle del nostro sudore.


Mentre finisco di scrivere queste righe sento esplodere un boato fuori dalla finestra. Tranquilli, nessuna manifestazione politica o tafferuglio elettorale. I Leopardi della RDC hanno vinto contro il Rwanda. E in tutta la città, alla Gombe come a Kimbanseke è doveroso festeggiare come si deve.

lunedì 26 gennaio 2015

Il mio Timket

E' poco piu di una settimana che sono ad Addis. Ci sarebbero mille cose di cui vorrei parlare, di questa città e di questo paese che ho troppo poco tempo per vedere con calma ma che mi lancia ogni istante, ogni minuto sensazioni e regali incredibili, che cerco di afferrare con foga per paura di perdere. Una città e un paese pieni di storia, di cultura, con una vitalità musicale e artistica incredibile, un passato che emergee ad  ogni angolo, mostrato e vissuto nel presente, senza sentimentalismi nostalcigi. Una corsa alla modernità sfrenata, Addis lanciata ad essere una delle prime capitali africane, una smania costruttiva ed edilizia con tante luci ed ombre ma che lascia colpiti pensando alle opere eternamente inconcluse che si vedono in Italia. E allo stesso tempo, una spritualità e una religiosità fortissime, sempre presenti, vissute e mostrate con fierezza priva di orgoglio. Contrasti fortissimi che sembrano avere trovato un accordo tutto particolare, e che sembrano lasciare stupita solo me. Scelgo di scrivere del Timkat, una delle feste  più importanti del paese, una festa religiosa, il Battesimo di Gesù, ma che qui diventa un momento di aggregazione e identificazione sociale, comunitaria, nazionale. in tanti scrivono del Timket, questo è il mio Timket, è stato il mio arrivo ad Addis.  

L’Etiopia è un paese a maggioranza cristiana, ortodossa e copta, con un calendario che è sposatato rispetto al nostro di una settimana circa. Il Natale viene festeggiato il 6 gennaio e il Timket, il Battesimo di Gesu, ricorrenza che la chiesa cattolica ha celebrato l’11 Gennaio senza una particolare attenzione, qui in Etiopia è una delle feste più importanti e sentite del paese, 3 giorni di celebrazioni e riti e festeggiamenti che quest’anno sono caduti il 17, 18 e 19 gennaio. La preparazione dei festeggiamenti comincia il sabato, ma le giornate fondamentali del Timket sono la domenica e il lunedi. Nel corso del pomeriggio che precede il Timket (il lunedi) infinte e spettacolari processioni partono da tutte le chiese delle città per portare i sacri Tabot (copie dell’arca dell’Alleanza, che secondo la leggenda o la tradizione sarebbe conservata proprio in Etiopia) verso un unico punto prestabilito, vicino a una fonte o sorgente d’acqua. Le processioni sono aperte dai bambini che cantano, suonatori di tamburi e altri strumenti, donne che accompagnao il corteo e poi i sacerdoti in paramenti sacri e preziosissimi che portano a spalla i tabot. Tra la notte della domenica e la mattina del lunedi vengono celebrati i i riti di benedizione dell’acqua a cui seguono ancora più sontuose e sentite celebrazioni di ringraziamento, accompagnate da balli e canti. Dopo di che, ogni comunità riporta il proprio tabot nella propria chiesa sempre sotto forma di processioni partecipatissime e animatissime. La città in cui il Timket è piu sentito, o forse solo più spettacolarizzato, è Gondar, gioiello dell’architettura medievale, ma anche Addis Abeba riserva un’attenzione speciale al Timkat. 

Arrivata ad Addis tutti mi avevano parato del Timkat. Chi per dirmi “chiuditi in casa o approfitta del lunedi di festa per  farti un viaggetto” (soprattutto gli expats), chi per dirmi “scendi in strada e mischiati alla folla, un’occasione cosi non ti ricapita più”(i colleghi etiopi). Non amo le folle, ma amo cercare di entrare nella cultura del posto e delle persone con cui vivo. La domenica pomeriggio con una collega mi sono avventurata verso Jan Meda, un enorme campo da calcio designato come punto di ritrovo delle celebrazioni ad Addis. Una perfetta unione tra sacro e profano. Alle 3 del pomeriggio nel campo c’era ancora pochissima gente, e quella poca guardava con un misto di stupore e divertimento alle due povere e pallide farangi che a quanto pare avevano deciso di mescolarsi ai fedeli.  Per evitare di farci ridere a dietro abbiamo deciso di fare il percorso a ritroso ed andare verso una delle chiese da cui sarebbe partita la processione.  Ci siamo ritrovate in mezzo a una folla eccitata e felice che aspettava il passaggio della processione sacra per salutarla e accompagnarla fino a Jan Meda, nessuna ansia e irritazione di fronte al caldo e alla ressa, i bambini venivano fatti passare sulle spalle degli adulti perchè potessero osservare il passaggio del corteo, un esercito di ragazzi con le magliette delle rispettive chiese che stendevano tappeti rossi per permettere il passaggio del corteo e dei tabot, i nostri vicini ci spiegavano contenti lo svilupparsi dei vari riti e il senso dietro ognuno di loro. Poi i canti sono aumentati, e con loro le grida particolarissime delle donne, in lontananza ho visto i tabot portati a spalla dai sacerdoti, accompagnati da ragazzotti che li proteggevano con grandi ombrelli da sole rosso porpora bordati di ricami d’oro. Poi il corteo è passato, la folla intorno a noi si è spostata per accompagnarlo, e noi, stordite e emozionate, siamo tornate verso casa.  Pensavo di avere finito il mio timket. 

Il giorno dopo sono andata con alcuni amici a vedere un sito archeoligico appena fuori Addis. Abbiamo lasciato la macchina nello spiazzio di una chiesetta e abbiamo camminato per chilometri tra foreste di eucalipti e resti di chiese medievali scavate nella roccia. Siamo tornati alla macchina che era quasi mezzogiorno. Il momento in cui, finite le celebrazioni collettive, i fedeli riportavano gelosamente i loro tabot “a casa”. E mi sono ritrovata per la seconda volta in mezzo a questa strana specialissima processione, la macchina bloccata, tutta l’attenzione puntata sui tabot. Gli stessi canti del giorno prima, la stessa gioia sul volto della gente, bambini, ragazzi, donne e uomini in ambiti tradizionali o in abbigliamento da lavoro, anziani con il volti coperti e piagati dal sole. Di nuovo l’odore dell’incenso che si alza in alte fumate. Il rumore dei tamburi che accompagna i passi. Il sudore sui volti dei sacerdoti sotto il peso dei vestiti da cerimonia e dei altarini di legno. Un intero popolo in movimento che, sembrava a me, riprendeva in quei due giorni il pieno controllo di uno spazio socio-culturale che la modernità dei grattacieli, delle organizzazioni internazionali e dei caffè alla moda che hanno trovato casa a Addis pensa di potergli rubare. Due giorni in cui per le città a risuonare sono stati i canti dei fedeli, le grida acutissime delle donne, il mormorare sommesso delle preghiere, in cui le strade vengono chiuse e i taxi devono cambiare strada facendo innervosire i turisti, due giorni in cui a spiccare è il bianco dei vestiti e dei veli di cotone indossati dalle donne e dalle ragazze, le ginuflissioni fuori moda davanti ai sacerdoti nei sacri paramenti, la ressa, l’accalcarsi devoto e festoso delle persone. Volti, suoni, colori che si mescolano. Una spirtualità che colpisce, un po’ invadente, indefferente al turista e alla comprensione occidentale, indifferente a me che guardo con curiosità e che un po’ in imbarazzo scatto una foto, una spiritualità profonda che per due-tre giorni fa mettere un po’ da parte alle donne la minigonna e ai ragazzi la strafottenza da bad boys americani. Sono colpita. Martedi sono tornata in ufficio e non sembrava esserci nessun collegamento con quello che avevo visto e vissuto il giorno prima. Tutto finito. L’ambiente in ufficio è molto internazionale e misto, non c’è tanto spazio o tempo per le particolarità di ognuno. Ma momenti come il Timket mi aiutano a ricordarmi dove sono, mi aiutano a capire un po’ meglio questa Addis e questa Etiopia dai diversi volti, che stanno insieme, e che si lasciano scoprire davanti alla curiosità e alla voglia.

venerdì 9 gennaio 2015

Di saluti, fotografie, piccoli passi e sogni. In partenza per l’Etiopia

Deve esserci una legge fisica che non conosco. Più passa il tempo meno sono brava con arrivederci che hanno il sapore delle lunghe separazioni, e allora scelgo di affidare i saluti allo scritto, per raggiungere tutti, chi ho salutato velocemente, con una mail, con un sorriso, con una lacrima, chi forse non conosco neppure.

Questa notte riparto. Dopo ben 8 mesi passati a casa, in Italia, questa volta la destinazione è l’Etiopia, Addis Ababa, per un anno, lavorando su programmi legati alla violenza contro le donne. sono stati 8 mesi sereni, per certi versi “comodi”. Un lavoro coinvolgente e vicino a casa, tempo libero per dedicarsi a passioni e interessi, la vicinanza fisica di amici e parenti, la possibilità di muoversi liberamente, andare al cinema, a teatro, a conferenze. La possibilità di scegliere. Quando e cosa mangiare, quando e come farsi una doccia, tiepida, calda, bollente, gelata (nel mio caso questa opzione non viene mai considerata), prendere un gelato senza rischiare un’intossicazione, prendere una cioccolata calda in un caffè letterario. 8 mesi forse un po’ egoistici.

E poi l’ennesima candidatura inviata, una candidatura dove va tutto storto, dove i problemi tecnici, la tempistica e pure un po’ di sana razionalità sembravano invitarmi a lasciar perdere. E qualcosa che invece spinge a non mollare, a “crederci”, a impegnarsi e a vedere come va a finire. E poi arriva un risultato che non ho mai osato sperare o confessare, un risultato che per me è l’avverarsi di un sogno e che per tanti può apparire lontano, troppo faticoso. Un risultato che vuol dire lasciare la comodità, tanti progetti iniziati, tante relazioni importanti. Ancora una volta, per che cosa? Per qualcosa che lavora dentro, una convinzione, non quella di poter o dover cambiare il mondo, ma quella dell’avere la responsabilità di fare la nostra parte, con i mezzi, le conoscenze, gli ideali che ci appartengono. Ricominciando, rimettendosi in gioco, con fatica. Una persona cara mi ha detto che noi giovani dobbiamo tornare ad avere grandi sogni, che sempre più spesso la nostra generazione si nasconde dietro la paura o la scusa di non essere all'altezza di quello a cui siamo chiamati. Io ho grandi sogni. E non si tratta di ambizione economica o presunzione, anzi a volte ho paura a dirlo, e lo faccio sottovoce, dubitando di me stessa. Ma è vero. Ho grandi sogni, e credo che come me ci siano tante persone che hanno grandi sogni e che cercano di darci corpo nella vita di tutti i giorni. Con impegno e convinzione. Ma non da soli. Affidandoci a chi incontriamo, affidandoci alla vita.

Ad accompagnare questo scritto non c’è nessuna foto. Le foto verranno con il tempo. Per ora se penso a quello che mi aspetta ho solo un punto interrogativo, uno spazio nero immenso, un groviglio di emozioni indefinite, immagini e foto che puoi trovare su Google e che celebrano le bellezze di questo paese che a me resta ancora sconosciuto. Le foto, le immagini che io ho in mente ora sono quelle delle persone che mi hanno accompagnato fino a qui, a casa, in Madagascar, in Tanzania, che mi hanno fatto arrivare a questa nuova partenza. Una partenza fatta di mille foto, di mille piccoli passi. Mille piccoli segnalibri, saponette e cd  infilati all'ultimo momento in valigia. Le foto acquistano per me un valore quando sono parte del mondo che mi circonda, quello nel quale vivo e soffro e sorrido. Quando in quelle foto riconosco nomi, rumori, odori, quando riconosco il sudore dei volti come mio, quando riconosco la terra sotto i piedi come quella che anche i miei piedi hanno calpestato, quando riconosco il cielo immortalato come quello a cui ho guardato io. Scatti di vita, il mondo assume valore e colore se vissuto. E questa partenza io la sto vivendo con intensità, con paura, con entusiasmo, con un senso di vertigine provocato dall'incertezza e allo stesso tempo con la voglia di scavare, ancora una volta, ancora un giorno, dentro quell'incertezza, il motore più bello delle nostre giornate. E cosi anche l’Etiopia, sconosciuta, lontana, assume colore e sfumature e significati, pronti a trasformarsi con il passare dei giorni, come il cambiare del tempo, la polvere che diventa fango, la pioggia che copre le strade, per poi lasciare posto a un nuovo sole.


Torno a scrivere. Dopo mesi in cui quello che vivevo, sentivo, osservavo potevo comunicarlo molto spesso a parole, in cui potevo stringere le mani, toccare le spalle, guardare negli occhi delle persone intorno a me, degli amici cari, della famiglia, questa nuova separazione mi porta a riprendere la “penna”, per ringraziare chi mi ha accompagnato fino a qui e chi mi accompagnerà da qui in avanti, per colmare quella distanza, per riempirla e avvicinare i due bordi, per fare dei miei occhi quelli di chi legge, per rendere i miei ideali più comprensibili e vicini a chi legge, non per convincere, ma per riconoscere forse nell'altro, oltre ai km di distanza e alle scelte diverse, uno stesso entusiasmo, uno stesso impegno, uno stesso sogno.

domenica 27 aprile 2014

ASANTE SANA TANZANIA, TUTAONANA TENA. Parto e porto con me..

Stasera parto, lascio Bagamoyo, la Tanzania. Si torna a casa. in Italia. Le valigie sono fatte. Riempire i 28kg a disposizione è stato veloce. 

Ieri mi sono presa un po’ di tempo, sono scesa in spiaggia e mi sono concessa una lunga passeggiata a piedi scalzi percorrendo una strada fatta milioni di volte in questi mesi, ma che ora ha un sapore un po’ diverso. Il sapore dei saluti. Mi sono tolta gli occhiali, talmente scegnati dopo questi 8 mesi di Tanzania da essere ormai inutilizzabili. Me li sono tolta per non essere distratta da volti e dettagli e farmi invece assorbire da quest’aria, per respirarla fino all’ultimo.

Ho pensato alla Tanzania. Ho provato a pensare a questa partenza che non riesco a mettere a fuoco. Ci ho provato, ma davvero non riesco a realizzare che da domani questa non sarà più la mia quotidianeità. Niente lacrime, niente magone, niente addii strappalacrime. Mi sento talmente piena, talmente riconoscente, che non c’è spazio per altro. So che la botta verrà fuori più avanti. Ma per adesso ho scelto di fare quello che la Tanzania mi ha insegnato

La Tanzania mi ha insegnato a ringraziare la vita come mai prima. La vita che non smette mai di provocarti, di punzecchiarti, di metterti alla prova. Come un bambino che non ti lascia stare anche quanto tu sei stanco morto e vorresti solo lasciarti andare. Chiede attenzione. Vuole vederti reagire. Tante volte sono stata sul punto di mandarla a quel paese in questi mesi questa vita. E alla fine non sono mai riuscita a farlo. Perchè la vita è capace di stupirti ogni giorno. Di regalarti sempre molto più di quello che tu saresti mai in grado di procurarti da solo. La Tanzania mi ha insegnato a  vivere ogni giorno fino in fondo, senza voler riempire ad ogni costo ogni minuto con impegni e programmi dettagliati, ma semplicemente accogliendo quello che ogni giornata può darti, mpaka usiku, fino a notte, perchè può sempre succedere qualcosa, naturalmente accettando i cambi di programma, l’inatteso, le soprese, le cose che non vanno come vuoi tu. La Tanzania mi ha costretto a uscire da me stessa, a scoprire che il mio modo di pensare era solo uno dei tanti, e che la scelta questa volta era o trincerarmi in me stessa o aprirmi al mondo, alle sue condizioni. In silenzio, ascoltando.

E adesso parto. Parto e porto con me questa giornata di cielo limpido e blu che fa presagire la fine della stagione delle piogge, segnato da nuvole gonfie e vive. Questo mare cristallino che dopo i mille cambi di corrente e di maree nelle ultime settimane è tornato ad essere quello di settembre, di quando sono arrivata, calmo e placido, un mare che mi aveva lasciato senza fiato. Le conchiglie dai mille colori e i granchietti che entrano e escono da buchi invisibili in mezzo alla sabbia facendoti il solletico sotto i piedi.

Parto e porto con me l’intimità dei pasti condivisi, con colleghe, amici, vicini di casa. L’ugali o il riso mangiato con le mani dallo stesso piatto, per terra seduti vicini sulla stessa stuoia, con le mani che si sfiorano e si incastrano. Il pesce fritto comprato al mercato e mangiato da un comune sacchetto di plastica. La colazione consumata insieme alle colleghe, sedute sui freschi pavimenti di terra battuta del vecchietto che tutte le mattine ci prepare bagia e salsa di cocco e ci apre le porte di casa, le schiene appoggiate alle pareti. Un piatto di patatine fritte condiviso o una tazza di zuppa di pesce bollente servita in tazze di plastica dalla dubbia igiene, bevuta in piedi con un amico, per strada, davanti a uno dei tanti banchetti che rendono viva con i loro fuochi e i loro odori la sera di Bagamoyo. Il chapati, imparato a cucinare con la padrona di casa.
Parto e porto con me il suono degli ngoma, i tamburi tradizionali, e delle chitarre che tutti qui sanno suonare, e queste voci dolcissime e penetranti dove il ritmo africano si fonde con la malinconia del mondo arabo. Canzoni cantate con la facilità con cui si fa un sorriso o scende una lacrima, per strada, in spiaggia, mangiando arachidi abrustoliti in padella.

Parto con la pelle bruciata dal sole, spalle e collo abrustoliti da un sole che quando batte non ha pietà di nulla, diretto, intenso e violento come questo continente. Piedi in cui si è impresso a fuoco il segno dei sandali a ricordarmi i chilometri di strada percorsi a piedi, in monitoraggio in giro per il distretto di Bagamoyo camminando tra palme e banani, o in mezzo alla polvere, al fango, alla sabbia, al mare. Capelli cresciuti in fretta e senza controllo, ribelli e schiariti dal sale e dal sole.

Parto con l’odore di riso cotto nel cocco, frutta macerata al sole, patatine fritte e pesce lasciato a seccare sulla sabbia. Odore di sapone di bucato fatto a mano, di spezie e di pelle diversa dalla mia.
Parto con in bocca il sapore e già la nostalgia di cibi che farebbero impallidire il mio medico e che credo abbiano messo a dura prova il mio fegato. Il croccante di arachidi e zucchero comprato a 100 scellini a pezzo, i vitumbua caldi e umidi d’olio, l’urojo - la zuppa zanzibarina con polpettine di patate e di cereali, l’ukuajo- la salsa di tamarindo che accompagna le patatine fritte, e il mio adorato “chapati – mchicha”: versione tanzaniana di piadina e bietole cotte nel cocco, che a tutti lasciano il retrogusto di sabbia e sassolini ma di cui io vado matta.

Parto con in valigia molti meno vestiti di quando sono arrivata, la metà ho dovuto buttarla perchè letteralmente consumata. In cambio, porto con me kitenge e kanga coloratissimi, regali d’addio che racchiudono storie e ricordi, e vestiti fatti di quelle stesse stoffe.

Parto con il rumore del mare nelle orecchie e nel cuore, la luce delle mille stelle di questo cielo nerissimo e lo scrosciare di questa pioggia infingarda che comincia a cadere all’improvviso, quando un attimo prima splendeva il sole. Il rombo dei pikipiki nelle orecchie e la polvere sempre attaccata alla pelle. L'uccellino che ha fatto il nido nel soffitto della chiesa in cui vado ogni domenica e il cui entrare e uscire mi hanno distratto fino all'ultimo giorno.

Parto con un ringraziamento ininterrotto nel cuore per tutto quello che ho ricevuto, per quello che ho visto, per le persone che ho incontrato, per quello che ho imparato. Parto con la convinzione di essere fortunatissima e che la vita è un dono meraviglioso. Ecco si, la Tanzania mi ha ricordato ancora una volta l’importanza del sorridere alla vita.

Parto con nelle orecchie le parole di questa canzone di Mzungo Kichaa, Ndugo na Jirani – Parenti e amici
Twalumba kabotu / Twalumba kabotu mama… baba
“Ndugu zangu, nawashukuru sana / Tumepambana katika ulimwengu / Muda umefika wa kuachana / Tuagane kwa furaha sitaki lawama / Ninakokwenda nayo nikuzuri / Majani yanaota na maji yanakwenda / Nitafurahi ukicheka kuliko kusononeka / Kilatukiachana tutaonana tena
Ninaenda zangu, nina kimbia / Ukiniomba kubaki nita anza kulia
Ndugu na jirani, rafiki na mtu flaani / Muko na mimi moyoni / Mola tu ndyio ana jua / Ndiyo maana tusaidiane / Tuheshimiane / Kuna siku tuta achana, peponi je tutaonana? / Ulimwenguni haturudi tena / Tupendane tukiwa hai”
Asante sana Tanzania. Mungo akipenda tutaonana tena. Grazie mille Tanzania, a Dio piacendo, ci vedremo ancora.

venerdì 25 aprile 2014

Consigli di viaggio - Kwenda Iringa




Ultima settimana in Tanzania. C’è cosi tanto che non ho visto, che non so. Che a volte rischia di fami dimenticare tutto quello che invece ho avuto la fortuna di vedere, di incontrare, di conoscere. La famosa questione del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Con le ultime briciole di forza che ancora mi restano ho sfruttato i giorni di Pasqua per un viaggetto al sud, per vedere un po’ di quella Tanzania profonda, cosi lontana dalla costa e dal mare di Bagamoyo di cui in questi mesi ho sempre sentito solo parlare. IRINGA. Un nome che mi è finito nelle orecche cosi tante volte in questi mesi. Una parola, un posto infilato in discorsi con amici e conoscenti, con persone incontrate per caso in questa mia Tanzania che è stata tutto un incontro casuale.

E cosi sono partita. Nonostante i ponti crollati, la strade interrotte, i discorsi catastrofici di amici che mi sconsigliavano di prendere i mezzi pubblici in questa stagione delle piogge che nelle ultime settimane ha messo ai ferri corti il paese, facendo morti e sorprendendo i pacifici Tanzaniani. Sono partIta con Neema, la mia amica coreana, e Eva, la sua capa, sempre coreana. Sono partita giovedi pomeriggio, alla volta di Dar es salaam.Ho preso il dala dala sotto un sole che era di nuovo riapparso quasi a smentire i miei dubbi e ritrosie. Viaggio perfetto, sono arrivata a Dar in 2 ore pulite e mi sono messa ad aspettare Neema che tornava da Zanzibar, al distributore di fornte alla stazione degli autobus. Punto di osservazione perfetto. Mi guardavo intorno, serena, sotto un cielo che cambiava svelto colore passando in rassegna tutte le gradazioni dall’azzurro al cobalto al blu intenso della notte africana, con striature rosate, violacee e gialle. E poi è scesa la notte, guardavo la gente correre a casa, e le luci che piano piano si accendevano, dentro le case, dentro le botteghe, sugli autobus stipati in vista del ponte di Pasqua. E nell’aria quell’odore indefinibile di mille sapori che per me è sempre odore di buono qui in Tanzania. Odore di patatine fritte, che ho imparato a cucinare davvero solo qui, di mais cotto alla brace, di dolcetti al sesamo venduti in pezzi di giornale. Odore di vita, di donne che cucinano, di gente xhe vive insieme, che viaggia insieme, mani che si toccano, sguardi che si incrociano, in strada, sempre. Dopo una notte di piani di viaggio rapidi e scherzosi con Neema e Eva, e un sonno che è stato troppo corto, alle 5 e mezza del mattino eravamo già su un bajaji , per correre a cercare un autobus per Iringa. L’arrivo a Ubungo, la stazione  di Dar da cui partono le corriere per tutto il paese è sempre qualcosa di suggestivo. Per me è la rappresentazione in terra dell’inferno. Nell’oscurità prima dell’alba ancora di più. La ressa, le grida, le valigie che ti cadono addosso, i  bambini che ti cadono sui piedi, le spinte, e adesso anche il fango. Un’umanità viva e pulsante, compatta e densa come un mare di petrolio che avanza indifferente a te, ai tuoi pensieri, ai tuoi piani. Dopo contrattazioni infinite siamo riuscite a prendere posto su un autobus sgangheratissimo che sarebbe partito dopo 2 ore. Mi sono seduta vicino al finestrino e nell’attesa mi sono messa a guardare fuori: Dar si sveglia, il cielo diventa chiaro. Ci sarà il sole.  Donne in camice grigio spazzano nel fango con grandi scope di legno  e raccolgono la sporcizia con palette di plastica piene di crepe, riempiendo enormi cestini di cemento. Un esercito di donne in camice bianco e foulard dello stesso colore in testa cominica a passare intorno agli autobus vendendo pane in cassetta e tortine. Il mese scorso erano i biscotti al cioccolato. Vendono tutte le stesse cose. Le più fortunate, le più svelte, riescono a rifilare un pacco di pane o un sacchetto di tortine ai viaggiatori (1000 scellini a sacchetto per 10 tortine, 50 cent..). Le ritardatarie si accontentano di mostrare in silenzio i sacchi di plastica.
I viaggiatori salgono  alla spiacciolata e l’autobus si riempe di risate e parole e abbracci e mani tese a passarsi borsoni di pastica e zaini usati. Partiamo. Uscire da Dar è come sempre complicato. Passiamo un’ora incollonnati. Macchine e autobus di tutte le forme e misure. Tra noi, passano svelti i venditori ambulanti, nel caso tu non fossi riuscito a rifornirti prima di ogni genere di prima necessità. Giornali, occhiali da sole, torce, e poi biscotti, ancora tortine, acqua e soda. E poi via, verso sud. Il viaggio è meraviglioso. Tutto scintilla sotto un sole pulito e fresco. Kibaha, Chalinze, posti che conosco per i monitoraggi di progetto ma che oggi hanno un sapore un po’ diverso, il sapore dei saluti. Il sapore dei ringraziamenti. Per essersi fatti conoscere e scoprire da me. E poi via ancora verso Morogoro. Compaiono le prime colline e montagne dietro il profilo delle palme. Verdissime.  Uno spettacolo bellissimo. Arrivare a Morogoro è entrare dentro il caos delle città mercato, coloratissime, vive. Banchi di frutta e verdura che a Bagamoyo non vedo da dicembre, per via delle piogge. File di pomodori, patate, cavoli, ma anche manghi, avocadi, cocomeri, ananas fuori stagione. I venditori ambulanti battono forte contro i portelloni dell’autobus per attirare la nostra attenzione. Arachidi, noccioline, ancora gli intramontabili biscotti e tortine, pane in cassetta, pannocchie bollite, sambosa, cipolle vendute in sacchettini di plastica, acqua e succhi e occhiali da sole. Chiedo delle noccioline e il ragazzotto invece che darmi il resto mi rifila due pacchetti non richiesti al posto di uno solo. Dopo 8 mesi riesco ancora a farmi fregare. Il viaggio continua verso Mikumi  e il National Park.. Le palme vengono sostituite da file infinite di Baobab, di tutte le taglie e forme. Attorcigliati, verdi, secchi, dai tronchi più o meno massicci. Maestosi e placidi. Ai bordi della strada, i babbuini ci guardano tranquilli. E poi piano, avvicinandosi a Iringa, il paesaggio cambia ancora. Le montagne si fanno più rocciose, punteggiate da grandi pietre tondeggianti. Ancora più avanti compaiono i girasoli. Campi infiniti di girasoli e mais. Ci siamo quasi. Arriviamo a Iringa verso le 5 e mezza del pomeriggio. In ritardo sulla tabella di marcia, ma che importa. L’aria è fresca, e mi stupisco a camminare per questa città che ha cosi poco di tanzaniano. Costruita in pendenza, le strade ordinate, casette dai tetti a punta, caffè per turisti e espatriati. Un sapore diverso nell’aria, un po’ di montagna. Anche la gente è diversa. Un nero più intenso della pelle, tratti diversi. Mi incanto a guardare volti bellissimi. Ci perdiamo mille volte per raggiungere la guest house e cosi riusciamo a vedere il mercato generale, dove troneggiano enormi ananas maturi che mi fanno quasi commuovere, i giardini pubblici con il pratino all’inglese e le targhe a commemorare i morti delle ultime guerre: le due guerre mondiali certo ma anche le rivolte dei capi locali contro l’amministrazione tedesca, la torre dell’orologio, il Masai market, dove tra stradine di fango e bottegucce di legno puoi trovare i famosissimi (ameno per me) animaletti di stoffa e collane masai e borse e utensili da cucina in legno.

Il giorno dopo la nostra meta è Isimila, 30 km dal centro di Iringa. Per chi non lo conoscesse, come me prima di venire qui, si tratta di un sito naturale in cui l’acqua ha scavato le rocce creando sorte di canyon suggestivi. Quella che un tempo era una valle che racchiudeva un lago è oggi un insieme di pareti e colonne di rocce scavate e “intagliate” dall’acqua. Lasciamo la guest house sotto un cielo che promette pioggia. Arriviamo allo stand degli autobus e mi metto a cercare un dala dala. Anche qui, alla fine, dopo le solite contrattazioni troviamo un pulmino che per 1000 scellini sembra vada a Isimila. Siamo stipati in 25 su un pulmino da 10 posti. Bambini, signori in giacca e cravatta che vanno in giro per affari, donne con cesti di verdura, ce n’è per tutti i gusti. Sotto un cielo sempre più nero usciamo da Iringa e percorriamo un saliscendi di strade in mezzo a monti e campagna. Il pulmino ci scarica davanti a un campo di girasoli e l’autista ci dice: ecco Isimila. Scendiamo e ci addentriamo in mezzo ai campi, tra girasoli
al
ti 2 metri, case di argilla e contadini che lavorano i campi con i cappelli di paglia in testa e un saluto cordiale al nostro passaggio. Arriviamo all’ingresso del parco. Per i residenti, o per chi come noi ha il resident permit, l’ingresso costa 1000 scellini. A fronte dei 20000 richiesti agli stranieri. Una studentessa di 19 anni, Elizabeth, ci fa da guida tra le pareti rocciose e i rigoli di acqua biancastra. Si muove sicura nel fango, con le infrandito ai piedi e un ombrello enorme in mano che ha preso per ripararci dalla pioggia che cominica a cadere fina. Sembra di entrare in un modo incantato. Mi sono sempre immaginata cosi il deserto dei tartari di Buzzati. Una landa desolata e brulla, dura e imponente, con qualcosa di fascinoso. Riusciamo a tornare a Iringa prendendo al vole un autobus che viene da sud , da Njombe e che si ferma all’ultimo vedendoci sulla strada. Sotto una pioggia battente passiamo il resto della giornata a visitare negozietti di souvenirs e artigianato, come il Matumaini Centre, un centro di formazione per ragazze madri, che ha iniziato finanziando corsi di formazione professionale gratuiti e che poi ha iniziato a vendere i prodotti realizzati dalla ragazze: bellissime coperte reliazzate con stoffe locali, borse, vestiti, grembiuli da cucina, e i miei adorati pupazzetti raffiguranti elefanti, leoni e giraffe.

La mattina dopo, domenica di Pasqua, sveglia all’alba. Abbiamo l’autobus alle 6 di mattina. Un’altra camminata nell’oscurità. Adoro questi momenti, in cui le città si svegliano, i negozi vengono aperti piano piano, comincia a salire il brusio del giorno. Lo stand è già in fermento, tante corriere scaldano già i motori per la partenza. Pronti per un altro viaggio in questa Tanzania che mi ha fatto scoprire e apprezzare sempre di più la bellezza di questi viaggi infiniti, condivisi, con gli autisti che ti aspettano, che ti fanno salire in corsa, che ti gridano dietro per la tua lentezza o per i troppi bagagli ma che poi ti aiutano a caricare anche i sacchi di patate e carbone. Forse sono solo una irriduvcibile sentimentale, ma non riesco a non amare questi viaggi che ti lasciano stremata, questi viaggi fatti di colori e odori di una vita che si impone, di autisti e passeggeri uniti in una sorta di fratellanza segreta, che ti offrono banane fritte comprate per strada da sacchettini di plastica nera; di imprevisti, di motori che si rompono lungo la strada, di soste non previste, con la gente che ne approfitta per comprarsi una pannocchia o cercare un bagno. E sempre questi cieli meravigliosi, enormi, che ti lasciano sempre stupefatto, sia che piova che ci sia il sole. Un nuovo arrivo a Dar, sotto la pioggia, il caos della metropoli, la stanchezza e il mal di testa. E il sorriso sulle labbra per tutto quello che ho visto e conosciuto. Per essere partita ancora una volta.

Scusate la lunghezza di questo post, scusate il mio divagare. Questo post è come un viaggio in autobus in Tanzania.  Parti, e poi il viaggio si costruisce per strada, si allunga, fa giravolte, e non sei più tu che guidi.

martedì 11 marzo 2014

Microcosmi




A Dar es Salaam, tra Morogoro road e Kenyatta road c’è un posto che è come una porta su un altro mondo. Non ci sono cartelli o insegne a segnalarlo, è un passaggio un po’ stretto, quasi invisibile. L’ennesima sorpresa di quest’Africa che continua a stupirmi.

È il quartiere indiano, la zona dei templi indu. Qui, i colori, i suoni e gli odori di un’ India che non ho ancora mai visto si mescolano con i colori, i suoni, gli odori di un’Africa che comincia ad essermi familiare. Odori e colori che vengono da ancora più lontano di questa Africa già cosi lontana e che scopro qui per la prima volta. Un mondo dentro il mondo. L’India dentro l’Africa. Per me questo passaggio ha una collocazione geografica precisissima. Un venditore di cocco all’incrocio di due vie è la mia porta. Non lo puoi trovare su una cartina stradale. Ma per me è lì il passaggio, chiarissimo. Dopo avere camminato tra i banchi del mercato, tra arachidi e spezie e verdura e ceste di vimini e mais cotto alla brace, dove il sole fa marcire la frutta in fretta e nel naso entra l’odore forte delle bananen andate a male. Dopo essermi fatta spintonare da gruppi di donne forti e grosse, dai coloratissimi veli di un Islam che qui è colore e vivacità. Dopo avere rischiato di farmi rubare la borsa o essere presa in pieno da un pikipiki o da un bajaji in corsa. Dopo essere inciampata in una borsina di plastica nera perchè distratta dagli enormi cartelloni pubblicitari di una delle tante compagnie telefoniche del paese... Ecco, li c’è un punto in cui cambia la disposizione e la struttura degli edifici, in cui le cupole a volta sostituiscono i tetti squadrati, in cui vedi cambiare i tratti e i colori dei volti, la fogglia dei vestiti e dei cappelli, gli odori dei corpi. In cui il grigio del cemento dei vecchi palazzi si mescola al giallo e al rosa delle costruzioni indu. Capelli lunghi e lisci si mescolano ai capelli cortissimi o acconciati in treccine delle donne tanzaniane. E le barbe corte e grigie degli uomini sostituisco i visi glabri e nerissimi. Non te ne accorgi subito, poi c’è un attimo di stordimento. Camminando, ci sono momenti in cui non so più dove sono, in cui i punti di riferimento vengono meno, in cui ho paura di avere “sbagliato strada”, come quando apri una porta e ti ritrovi in una camera che non è quella che avevi lasciato.  

Lo stupore non mi ha fatto tornare indietro. Quando sono arrivata qui la prima volta, ho continuato a camminare  per queste strade, mi sono fermata davanti ai negozi  che esponevano sari, davanti alle botteghe di cibo indiano dove proprietari indiani si spiegano in uno swahili stentato con i camerieri tanzaniani, e poi mi sono fermata incantata davanti ai tanti templi e centri di cultura e spiritualità indu. È strano, bastava cambiare una via e tutto il paesaggio era cambiato. Ma nello stesso tempo era tutto cosi naturale, cosi reale. La prima volta che sono entrata in un tempio indu è stato a Mwanza, nel nord della Tanzania, la città in cui la comunità indiana è la più numerosa del paese. Il tempio era deserto, le guardie tanzaniane l’hanno aperto solo per me turista. Camminavo per i saloni ampi sentendo risuonare i miei passi. A Dar ho avuto la fortuna di trovare sempre i tempi aperti, pieni di gente che li “viveva” davvero. La prima volta, per caso, sono entrata in uno dei templi/centri dedicati a Pramukh Swami Maharaj. Intorno a me gruppi di persone che si incontravano lì per pregare, salutare amici e parenti, condividere il momento prima della cena, o semplicemente perchè fedeli a un rito che si porta avanti da anni. Mi sono trovata sempre per caso ad assistere a una cerimonia.  Guardavo in silenzio, facendomi piccola piccola per non disturbare. Lì, un’anziana mi ha visto, mi ha preso per mano e mi ha portato in un altra ala del centro per assistere alla “cerimonia della musica”dedicata a Swaminarayan, credo. Mentre mi raccontava la sua vita e quella del marito che aveva lavorato per una compagnia italiana di Dar, mi spiegava che da  40 anni tutte le sere veniva nel tempio per portare avanti quello che era diventato un rito, e mi spiegava il senso di quel trovarsi insieme ad altre donne, anziane, giovani, con bambini di tutte le età, per suonare e cantare.

Sono tornata a Dar. Sono tornata in questo microcosmo. Sono entrata nello stesso tempio. Tutto era al suo posto e nello stesso tempo diverso. Le persone camminavano come me per i saloni. Alcuni si inginocchiavano e recitavano litanie davanti a teche contenenti statue e giolielli antichi. Alcuni camminavano assorti intorno agli altari, e alla fine di ogni giro facevano rintoccare il suono di una campana. Un grande silenzio e una grande pace ovunque. Sono uscita e sono entrata nel tempio di fronte, il BAPS Shri Swaminarayan Mandir. Le sei di sera, l’inizio della celebrazione del fuoco. Uomini e donne si separano all’ingresso del tempio, nel momento in cui si tolgono le scarpe e le ripongono in apposite scarpiere di ferro. Le donne prendono la destra, dirigendosi verso il fondo del tempio, gli uomini entrano davanti. Ho seguito titubante un gruppo di ragazze che entravano alla spicciolata. Risate tra studentesse con gli occhiali spessi e i brufoletti dell’adolescenza. Poi raccoglimeno. Sono passata sotto volte decorate e colonne bianche scolpite,  sono entrata e  mi sono seduta sui tappeti blu imbottiti. Intorno a me, un vorticare di colori e stoffe diversi. Tuniche decorate con fili dorati a maniche corte portate su pantaloni in tinta. Vestiti lunghi fino ai piedi.  Le schiene nude delle donne più anziane, avvolte in sari che lasciano scoperte in parte la pancia e la schiena. Profumi di unguenti e creme che io non conosco. Giovani, donne di mezza età, anziane. Arrivavano a gruppetti o sole, si sedevano svelte e sempre svelte incrociavano le gambe mentre io non riuscivo a trovare una posizione comoda. E poi tutte concentrate a seguire la cerimonia. Io, che non capisco una parola di nessuna delle mille lingue dell’India, mi sono incantata ad osservarle, concentrandomi sui diversi vestiti, i particolari, gli orecchini al naso, l’acconciatura dei capelli, le unghie perfettamete laccate. Ogni tanto guardavo in alto, guardavo fuori, scendeva la sera e la luce del tramonto si rifletteva sulle colonne bianche. Nell’aria, odore di chapati cotto sulle braci in qualche ristorante vicino. Davanti, nella zona degli uomini, si alternavano predicatori e maestri che leggevano i veda, li commentavano, inserendo anche commenti sulla situazione attuale. Tra un discorso e l’altro, musica dolcissima e canti a cui la folla finisce sempre per partecipare, prima a bassa voce poi sempre più rapita. Un maxi schermo proiettava tutto quello che succedeva, anche i testi delle canzoni. Dove sono? Semplicemente sono rimasta lì, a guardarmi intorno, ad assistere a qualcosa che non capivo bene ma che ero contenta di poter vivere.

Alle 7 dovevo andare. Mi sono alzata, cercando di farlo svelta pur sapendo di risultare impacciata. Sono uscita lentamente, leggermente stordita, di nuovo sotto il colonnato già immerso nella sera scesa nel frattempo. Mi sono infilata le scarpe e sono uscita. La musica proveniente dall’interno si mescolava già con i suoni della strada. Per le vie era già cominciato il movimento della sera. La gente stava seduta ai tavolini dei ristoranti. Altri gruppetti di persone camminavano svelti verso casa o chiacchieravano davanti alle porte delle abitazioni. Giovani padri con bambine in braccio. Gruppi di donne in sari e le lunghe trecce di capelli finissimi. Commercianti indiani in piedi davanti alle loro botteghe. Ho fatto pochi passi ed eccomi di nuovo nella Dar africana. Sulle griglie si arrostiva la carne di manzo e il pesce, i banchi di frutta in chiusura, di nuovo odore di chapati e riso. Di nuovo volti e colori che cambiano. Dal vicino quartiere arabo arriva il canto del muezzin. Un altro microcosmo.

A Dar es Salaam la gente va di fretta. Soprattutto i wazungo, i bianchi. Sia quelli che vivono stabilmente qui ma che di solito risiedono e lavorano in altri quartieri, sia i turisti di passaggio che magari spendono a Dar solo poche ore, aspettando un battello per Zanzibar o un volo per una qualche altra destinazione.  Qui è difficile arrivarci. A meno che tu non voglia perderti.  Se ti prendi il tempo di camminare, di farti catturare da strade e vie che a prima vista sembrano intricate e impossibili da riconosere e ricordare ma che piano piano diventano parte di una topografia tutta particolare e personale, finisci per scoprire un cuore caldissimo e pulsante di questa Dar che non è solo il traffico e la confusione della stazione degli autobus di Ubungo (da cui partono i bus per tutto il paese) o lo sfarzo delle ville che si specchiano sulla Baia di Oyster. Colori odori suoni penetranti che mi entrano nel naso, negli occhi, nella pelle, si mescolano, si impastano al mio sangue, al mio sudore, insieme a tutto quello che ho vissuto, sovrapposizione dopo sovrapposizione. Mi costruiscono. E cosi ogni giorno la mia forma cambia un poco.