giovedì 6 marzo 2014

Venerdi mattina a Bagamoyo



Venerdi mattina a Bagamoyo. Una giornata cosi bella che non riesco a stare ferma, a non sorridere, a non muovermi. Dopo la burrasca di ieri, che sembrava davvero fare pensare all’inizio della stagione delle pioggie, con pioggia torrenziale e vento e acqua mescolata a polvere e sabbia, e fango nel quale ti impantani, e cieli sempre più neri e nuvole che non si svuotano ma si gonfiano sempre di più, è tornato a splendere il sole. Il tempo qui è come la sua gente, capace di farti incavolare, amareggiare, piangere, e dopo un attimo regalarti le soprese e i sorrisi più grandi.   Oggi c’è un cielo blu cobalto meraviglioso, l’aria fresca e il sole caldo, caldo caldo come solo il sole africano. Niente afa, niente umidità. Oggi si riesce a camminare spediti, non piegati da un calore soffocante che stende. Oggi i pensieri corrono veloci. Mentre venivo in ufficio, con la musica nel lettore, pensavo al mio essere in Tanzania, al mio esserci davvero. Forse l’ho realizzato davvero solo oggi. Quello strano e inspiegabile sentirsi un po’ a casa e un po’ sapere che questa non sarà mai davvero casa tua ma che alla fine va bene cosi. 
 E ci penso adesso, seduta sui copertoni delle macchine che qui fanno da “poltroncine da esterni”, davanti a casa di Mama Salumu, di fronte al mio ufficio, mentre aspetto le colleghe. Ci penso mentre seduta in mezzo a loro, guardo i bambini che piangono, ridono e leggono il mio libro di swahili. È un libro della seconda classe della scuola primaria, e abbiamo riso sul fatto che io sono più avanti di loro, che sono ancora in prima.  Ci penso mentre, ancora una volta, cammino  per queste strade assolate e polverose, a cui i miei piedi si sono ormai abituati. Ci penso mentre guardo i vecchi, seduti sui bordi esterni delle case, che mi guardano con le loro cofie ricamate in testa, le lunghe tuniche bianche e gli sguardi profondi, già pronti per andare in moschea.  E le donne con le ceste di foglie esiccate sulla testa e i kitenge allacciati in vita: prima di andare in moschea, loro, devono finire tutti i lavori di casa. Giornata di venerdi, tutto uguale agli altri giorni e tutto ancora più sonnolento e placido nella già sonnolenta Bagamoyo. La bottega all’angolo che serve da mangiare tutte le mattine, è chiusa, come tutti i venerdi. E cosi tanti altri piccoli negozietti. Le Mame che fanno i dolcetti della colazione oggi non lavorano: non c’è promessa di soldi che tenga. È venerdi. Anche le colleghe credo che respirino quest’aria: sono quasi le 9 e non si vede nessuno. Continuo a perdermi nella mia Bagamoyo. I ragazzi tornano a gruppi dalla spiaggia, dopo una notte di pesca in mare, per quello il venerdi non conta. Sanno di pesce, di alghe, di mare, i vestiti rovinati e i sorrisi larghi sulle bocche. Puoi sentirli arrivare annusando l’aria ancora prima che voltino nella via. Ora Neema è arrivata, si apre l’ufficio, mi siedo al mio tavolo. 
Pregusto quello che verrà: il canto del muezzin che fra qualche ora comincerà a chiamare alla preghiera del venerdi, il rincorrersi dei canti delle diverse mosche della città, e l’affrettarsi della gente alla preghiera, unico momento di frenesia della giornata, tutti divisi a gruppetti, le donne chiacchierando di cosa cucinare alla sera, gli uomini che si limitano a gesti di intesa e scosse del capo che corrispondono a precisi significati, i giovani con passo veloce aggiustandosi in ritardo le cofie in testa. Vedrò tutto questo dalla porticina dell’ufficio, una finestra su questo mondo brulicante che so che continuerà imperterrito e fedele a se stesso anche quando io non ci sarò più. I canti andranno avanti fino a sera. Accompagneranno la mia lezione di swahili del pomeriggio entrando dalle finestre scalcinate della scuola in cui prendo lezione. Accompagneranno il mio camminare verso casa, sulla spiaggia se la marea non è troppo alta.  Andranno avanti ancora più in là, a illuminare un’altra notte tanzaniana insieme alle stelle di questi cieli nerissimi. Un altro venerdi come tanti. Forse domani tornerà la pioggia, ma che importa?





mercoledì 19 febbraio 2014

MAMA JAMILA ANASONGA UGALI



Bagamoyo, 18 febbraio 2014


Venerdi sono andata insieme alle colleghe di BAGEA in una primary school di Bagamoyo per una mattinata di peer education con gli studenti. BAGEA è nata per promuovere il diritto allo studio delle ragazze qui nel distretto, dati gli enormi ostacoli cultural, economici e sociali che ancora esistono a un riconoscimento pieno e reale dei diritti per le donne, in primis quello all’educazione.  Normalmente lavoriamo e promuoviamo attività di educazione, promozione dei diritti e sensibizzazione per le ragazze dai 16 ai 30 anni, ma abbiamo capito che se non si lavora anche con bambini e bambine, se non si comincia fin da subito a parlare del diritto alla dignità, all’educazione, alla promozione femminile, poi sarà molto più difficile a lavorare con le ragazze ma anche con le stesse comunità locali nelle quali le ragazze vivono.
E cosi, ecco l’idea di andare nelle scuole, per cercare di spiegare e fare passare, in maniera semplice e “giocosa”, concetti come il diritto all’educazione e il diritto a un’educazione paritaria per bambini e bambine, lotta contro la violenza sulle donne, un inizio di educazione sessuale e sulle malattie sessualmente trasmissibilli. Forse sermbra un po’ prematuro, ma in un paese in cui il tasso di gravidanze precoci (riferendosi a un’età che va dai 11 ai 14 anni) è tra i più alti al mondo forse cambierete idea. L’obiettivo è che gli studenti formati a loro volta possano trasmettere un po’ delle nozioni apprese ai loro coetanei e amici. Ecco il senso della peer education.
Sono arrivata a scuola con Alala, la presidente di BAGEA che ha una carica ed un’energia trascinante soprattutto con i giovani, Jamila, la segretaria dell’associazione, e Valentina, nuova SVE sbarcata da poco più di un mese a Bagamoyo. Per me non era la prima volta che partecipavo alla peer education, ma confesso che fa sempre un certo effetto entrare in queste classi polverose e ombrose, dove ti servono alcuni minuti per abituarti all’oscurità venendo dalla luce accecante di fuori, in cui stanno stipati, in rigorso silenzio e ansiosa attesa dai 45 ai 60 bambini. Una classe. 120 occhi fissi su di te. Ad aspettare quello che tu farai e dirai. Ad aspettare un tuo cenno. Alala si è presentata, ha presentato l’associazione e il motivo della nostra presenza qui. Poi ci ha fatto presentare. L’ultima peer education a cui avevo partecipato era stata diversi mesi fa, quando il livello del mio swahili era davvero basico, mi toccava presentarmi in inglese e i bambini mi guardavano sempre con deferenza e un po’ di timore. Questa volta mi sono presentata in swahili, e i bambini hanno risposto al mio “Mambo!” con un caloroso “Poa!!” Alala ha cominciato a introdurre diversi concetti chiedendo ai bambini di intervenire con suggerimenti e opinioni. Parlando della vita quotidiana, chiedendo il riferimento alle loro storie personali, a quello che i bambini vedono e vivono in casa e a scuola è molto più facile riuscire a parlare anche di concetti “difficili” come parità uomo-donna, educazione, violenza. A ogni spiegazione seguiva una fase di lavori di gruppi in cui i bambini si raggruppavano a gruppetti di 6-7 per discutere insieme dei temi affrontati e sviluppare le loro idee. E poi, per sciogliere la tensione, la parte più bella: una sorta di bans-versione tanzaniana proposti da Alala. Ce n’è in particolare uno che Alala mi ha insegnato durante la prima peer education e che è un po’ il suo cavallo di battagia. Inzia cosi: “Mama Jamila (una presa in giro nei confronti della “nostra” Jamila) anasonga ugali”: che tradotto vuol dire “Mama Jamila prepara l’ugali (uno dei piatti nazionali tanzaniani: la tipica polenta bianca di mais). E poi continua: “con una mano, con l’altra mano, con i piedi, abbassandosi fino a terra, ballando” etc. Tutto mimato. Alala ha cominciato in sordina, invitando i bambini di seguirla. Credo che non credessero ai loro occhi e ai loro orecchi. Un adulto che dava loro l‘autorizzazione e ballare e cantare a squarciagola in classe. Subito hanno cominciato timidamente poi si sono scatenati, come solo i bambini sanno fare, soprattutto quelli africani. Ad un certo punto ho pensato che l’aula sarebbe venuta giù. E devono averlo pensato anche  le persone fuori, perchè è venuta un’insegnante da un altra classe per chiedere se andava tutto bene. Dopo un’altra “sessione di lavoro” Alala ha riproposto il bans, chiedendo a me e Valentina di accompagnarla. È stato lo spettacolo. Cioè non per la nostra performance, che davvero lasciava alquanto a desiderare soprattutto se paragonata all’elasticità africana, ma per il momento di condivisione che si è creato. I bambini si sbellicavano dalle risate, e poi, dopo un attimo, hanno ripreso a ballare con noi. Siamo qui per parlare di diritti, di educazione, e spesso rimaniamo chiusi nei nostri uffici, sapendo poco di cosa vuol dire “educazione” qui, e di cosa vuol dire lavorare insieme con la gente del posto per rafforzare questo diritto. Io non sono un’educatricie o un’animatrice, non mi ci vedo e non credo che sarebbe il mio posto, ma in quella classe, cantando insieme di come si prepara l’ugali, mi è sembrato per un attimo di essere più vicina a quei bambini che mi prefiggo di “aiutare” dal mio ufficio, di capire un po’ di più, di entrare un po’ di più nella loro storia. Come quando con l’ortolano mi fermo a discutere di come si cuoce il matembele (una sorta di bietola locale), o come quando con Roma, il mio insegnante di swahili, discutiamo di cosa vuol dire essere giovani lavoratori in Tanzania o in Europa..

Oggi, dopo il lavoro, stavo camminando per le stradine di Bagamoyo. Un gruppo di bambini con indosso la divisa scolastica mi si è avvicanato e mi ha salutato. Capita spesso e non ci ho fatto troppo caso. Poi però mi hanno detto “Mambo Vale!Mama Jamila wapi???” (Ciao Vale, dov’é Mamma Jamila???.. erano i “nostri” studenti..si erano ricordati! Era rimasto qualcosa della mattinata passata insieme! Mi piace pensare che tra una parola di un bans e un’altra sia rimasto anche qualche riferimento a educazione e diritti umani.  Spesso mi sento amareggiata o delusa, quando ho l’impressione che si riesca a fare cosi poco, che alla fine le persone siano cosi poco interessate a quello che facciamo. È bastato un “Mama Jamila” a farmi tornare il sorriso. A farmi dire che non è mai tutto inutile. Ridendo ho risposto “Mama Jamila pale ofisini ya BAGEA!” (è all'ufficio di BAGEA).

domenica 15 dicembre 2013

DIRITTI UMANI - HAKI ZA BINADAMU



Bagamoyo, 15 dicembre 2013

Questa settimana ho partecipato a un workshop di due giorni sui diritti umani organizzato dal CVM e rivolto a tutti i suoi partner, Bagea, l'associazione con cui collaboro, ma anche tante altre associazioni impegnate nella promozione e difesa dei diritti di donne e bambini.

La mia educazione è stata “infarcita” dalla parola “diritti umani”: a scuola, all’universtà, per televisione, sui giornali, a seminari di approfondimento..in Europa è una parola che senti spesso sulle nostre bocche. Con un’accezione che diventa sempre più ampia, più omnicomprensiva, quasi filosofica, senza però la sicurezza che nella quotidianeità i diritti più o meno importanti vengano rispettati davvero.  Ero molto curiosa di vedere come sarebbe stato stato organizzato il workshop, curiosa di vedere come si sarebbe affrontato il tema dei diritti umani qui a Bagamoyo, quello che sarebbe venuto fuori dai dibattiti.. Forse sono arrivata al worshop immaginandomi gli stessi dibattiti articolati, complessi, che si perdono in mille dettagli e sfumature dei termini che facciamo nelle nostre università o nelle nostre tavole rotonde.. 

Tutto il mio ragionare è stato messo in discussione fin dal primo giorno di worshop. Appena finite le presentazioni e la spiegazione sul senso del seminario – capire e discutere sui termini e sulla legislazione esistente in Tanzania in materia di diritti umani e nello specifico dei diritti del bambino e delle donne- siamo stati divisi in tre gruppi, ed ad ogni gruppo è stato chiesto di rispondere ad alcune domande preliminari: 1. Che cos’è un diritto? 2. Cosa sono i diritti umani? 3. Qual è la qualità/caratteristica dei diritti umani?

Il worshop era naturalmente in swahili, e cosi io avrei voluto defilarmi, ma i membri del mio gruppo hanno chiesto anche a me di dare il mio contributo, aiutandomi con l’inglese. Ho subito cominciato a elaborare nella mia testa la definzione che fosse la più corretta e completa di “diritti umani”, ripescando nella memoria gli infiniti corsi  di diritti di tutti i tipi seguiti in università, preoccupandomi di dare definizioni molto articolate intorno a termini come universalità, reciprocità etc etc. Gli altri membri del gruppo mi hanno preceduto. Spiazzandomi un po’. “I diritti umani sono il diritto alla vita, il diritto a un’educazione di qualità, il diritto alla salute” hanno detto. Cose concrete, cose molto ben determinate. Che forse da un punto di vista giuridico non rispondono appieno alla domanda “che co’è un diritto? Qual è la sua caratteristica?” ma forse rispondono molto di più alle carenze che si vedono tutti i giorni qui a Bagamoyo e alle necessità che vengono sentite come le più urgenti e più bisognose di essere definite “diritti”.

Ancora, se proprio c’era da fare un elenco di diritti, io avrei sicuramente inserito il diritto alla libertà. Libertà di pensiero, di parola, di stampa. Concetti a cui in Europa si è molto legati e che io stessa considero non parole vuote ma diritti fondamentali da difendere e valorizzare. Ma nessuno dei miei compagni ci ha pensato o l’ha nominato. Per loro, era molto più prioritario parlare di diritto all’educazione di base, in un paese in cui c’è un altissimo tasso di abbandono scolastico, soprattutto femminile, per ragioni culturali e sociali ma anche economiche, visto il costo proibitivo per molto famiglie legato alla scolarizzazione (acquisto della divisa scolastica – obbligatoria-, costo dei pasti, del trasporto e dell’alloggio per i ragazzi che vengono da lontanto, soprattutto per quanto riguarda la scuola secondaria..). Come cambia la priorità di necessità e diritti da un paese all’altro! Come cambia anche il significato che diamo agli stessi termini. Penso per esempio al fatto che quando in Italia parliamo di difesa del diritto all’istruzione, parliamo di riforma universitaria, di fondi per la ricerca, di tirocini retribuiti..quanto è grande il divario! Già solo questo primo momento di confronto mi ha fatto riflettere moltissimo.

Dopo avere chiarito un po’ di definizioni preliminari, ci siamo addentrati più nello specifico sul tema dei diritti del bambino. Anche qui, tanti spunti di riflessione. Si è arrivati a parlare del problema del lavoro minorile. In Tanzania esiste una legge che regolamenta la situazione e fissa limiti di età per diverse categorie di lavoro: fino ai 12 anni i bambini non possono lavorare. Dai 12 ai 15 anni possono lavorare in casa come “aiuto domestico” per la famiglia. Dai 15 possono cominciare a essere assunti regolarmente. Ad un certo punto il facilitatore del workshop ha chiesto ai presenti chi avesse in casa una ragazzina come aiuto per i lavori domestici. Si tratta di una pratica diffusissima qui in Tanzania, come in tanti altri paesi africani: prendere in casa una ragazzina che aiuti con le pulizie, la prepazione dei pasti, i lavori domestici. Spesso si tratta di ragazzine provenienti da famiglie povere o che cercano di mettere da parte i soldi per pagare la scuola secondaria. Nessuno qui ci vede di niente di strano. È un modo per avere un aiuto in casa dando qualche soldo a chi ne ha bisogno. Io, con la mia sensibilità italiana, faccio ancora fatica a considerarlo “normale”, e un po’ la domanda del facilitatore, fatta a membri di associazioni che si battono per la tutela dei diritti dei bambini, mi ha toccato. In diversi hanno alzato la mano. Il facilitarore ha chiesto l’età delle ragazzine, complimentandosi per il fatto che nessuno di loro avesse preso in casa una ragazzina fuori dai limiti di età previsti dalla legge. Quello che per me era comunque un mancato rispetto dei diritti bambini (il fatto di farli lavorare) veniva invece considerato un primo passo per una migliore tutela proprio di quei bambini. Anche qui, ho cominciato a pensare alla differenza che esiste tra il contesto nel quale sono cresciuta e quello in cui mi trovo a vivere ora. Un contesto nel quale comunque è normale che tutti i bambini, anche se non formalmente impiegati, “lavorino”, per esempio andando a prendere al pozzo o alle cisterne l’acqua in taniche da 10 o 20 litri (che io non riesco neanche a sollevare), o prendendosi cura dei fratelli, o aiutando la famiglia nelle vendita di frutta o verdura.. un contesto nel quale la nozione di “lavoro”, “diritto”, “tutela” forse non possono avere le stesse dimensioni che sono abituata ad utilizzare io. Un contesto nel quale credo sia necessaria molta attenzione e precauzione nel giudicare e dare pareri.

Il workshop è continuato a lungo, con bellissimi momenti di dibattito e di confronto sulle esperienze delle diverse associazioni. Per esempio, il secondo giorno di seminario, che era dedicato ai diritti della donna, è stato bellissimo vedere le differenze tra i diversi tipi di matrimonio previsti in Tanzania, quello “governativo”, quello islamico e quello cristiano, spiegati non solo tramite i testi di legge, ma direttamente dai partecipanti appartenenti alle diverse confessioni, che si sono confrontati sulle proprie specificità trovando poi più punti in comune di quello che pensavano. C’è stato spazio per le domande e per i chiarimenti, con i facilitatori che aiutavano a comprendere certi passaggi dei testi di legge. C’è stato spazio anche per le risate davanti a un piatto di riso condiviso. Per me è stata soprattutto l’occasione per “uscire” un po’ di più da me stessa e da ciò che consideravo e forse considero come delle certezze. Parlando di diritti umani, forse è vero che sui manuali di diritto si possono trovare definizioni “universali”, e credo davvero che la qualità di un diritto umano come tale debba essere e sia il fatto di appartenere all’Uomo, ad ogni uomo indistintamente, senza divisione in categorie, gruppi, senza eccezioni. Ma penso anche che quello che questo workshop e più in generale questi mesi in Tanzania mi stiano aiutando a capire è il bisogno di guardare sempre prima all’uomo, all’uomo nel suo contesto particolare, all’uomo nel suo tempo e nella sua storia, che qui in Tanzania è diversa dall’Italia o dalla Spagna o dalla Germania. Il bisogno di declinare e sfumare quei diritti nel contesto in cui ti trovi, senza voler per forza imporre qualcosa. Voglio dire, credo ci voglia molta cautela nell’affermare come assolute nozioni e definizioni che forse sono validi e hanno un certo valore per me ma possono averne un altro per altre persone. Anche questo è un diritto umano. La tolleranza. Il rispetto delle diversità. Credo che solo partendo da questo si possa pensare di capire un po’ meglio l’altro e entrare un po’ di più nella sua storia. E questo non vale solamente per il mio rapporto con i tanzaniani. Ma vale, credo, per l’incontro con ogni uomo diverso da me.

domenica 24 novembre 2013

Della meraviglia degli incontri casuali



Bagamoyo, 23 novembre 2013

Oggi non parlo di lavoro. Non parlo di progetti, di storie tristi e situazioni difficili. Oggi parlo della meraviglia che ti lasciano gli incontri che non ti aspetti, gli incontri casuali, apparentemente banali, che puoi fare ogni giorno, in ogni giorno a caso, ma che in fondo in fondo sono quelli che riempiono la vita (forse dovrei dire la “mia vita” per non generalizzare) dandoci specificità e valore.

Qui sono le 21 e 50 di sabato sera, e mentre in Italia la gente si prepara per uscire (voi siete due ore indietro) io sono appena tornata a casa dopo una bellissima serata passata da due ragazze coreane che mi hanno cucinato una superba cena di prelibatezze coreane. Le ragazze le ho conosciute per caso una domenica mattina tornando a casa dopo la messa alla missione cattolica. Sulla strada del ritorno mi si è affiancata una delle due, che io avevo già visto, con molta meraviglia, in chiesa. Non so perchè ma gli occhi a mandorla e la religione cattolica nella mia testa non si associavano molto. Mi ha salutato mescolando inglese e swahili, e si è messa a seguirmi e chiacchierare. Faceva caldo e io, immersa nei miei pensieri non avevo molta voglia di chiacchierare, ma lei non se ne è accorta o non ci ha badato. E cosi abbiamo cominciato a parlare del più e del meno. “Cosa fai qui?”, “sono qui con un programma di volontariato dell’Unione Europea”, “anch’io sono una volontaria!..”. Poi mi ha chiesto da dove venissi. “Italia”. “ e io?” mi ha chiesto lei . Ho tentato, rispondendo un po’ con banalità, con un “Giappone?”. “no”. “Cina?”. No. “Corea?”. “si si!!sono coreana”. Poco dopo ci siamo salutate dicendoci “dai dai ci sentiamo in settimana!”. Io ero sempre un po’ titubante e vogliosa di tornare alle mie faccende, come spesso mi capita quando ho l’impressione che una persona voglia violare il mio spazio, il mio mondo, e chieda di entrare con la sua storia..non ci ho più pensato.

Qualche giorno dopo mi ha chiamato lei e mi ha proposto di andare a cena in un ristorantino qui di Bagamoyo, con anche un’altra sua amica koreana. Ho accettato pensando fra me e me “chissà cosa ci diremo per tutta la sera?!”. E invece..è stata una serata bellissima. Semplice, tranquilla, passata a raccontarci pezzetti delle nostre vite ai due capi del mondo e che adesso si incontrano qui in Africa, il tutto davanti a succulenti piatti tanzaniani. Anche le due ragazze sono volontarie, come me. sono qui con un programma di volontariato del governo koreano, proprio come me in Madagascar un anno fa.  Una volta arrivate qui, visto che pronunciare i loro nomi era troppo difficile, la gente ha dato loro nomi tanzaniani, Neema e Rehema. Rehema ha 27 anni, in Korea è insegnante elementare, ed è venuta qui per insegnare biologia in una scuola primaria locale. In teoria il programma preveda che lei insegnasse in inglese, ma visto che i bambini non lo sanno, lei sta imparando lo swahili per poter spiegare in lingua locale. Neema ha 23 anni, in Korea studia matematica e qui collabora con il comitato di sviluppo locale di un villaggio vicino a Bagamoyo. Anche lei dal primo giorno è davvero sul campo. È stato bello potersi confrontare sulla nostra esperienza qui, su quello che ci ha spinto a partire, sulle difficoltà, sulla solitudine che spesso proviamo, ma anche sull’entusiasmo che continua ad animarci tutte e tre. È stato strano e bellissimo scoprire che pur venendo da continenti diversi, da storie, percorsi e possibilità totamente diverse (per loro questa è la prima volta che escono fuori dalla Corea ed erano sorpresissime di sapere che adesso se io voglio viaggiare in Francia o in Germania non mi serve neanche il passaporto..) ci ritroviamo più simili di quanto avrei mai potuto pensare.

Verso la fine della serata mi sono ritrovata a pensare che era la prima volta in vita mia che incontravo e passavo del tempo con delle ragazze dalla Korea. Ho pensato che io della Korea non so praticamente nulla. Voglio dire, a parte la collocazione geografica (più o meno) e i ricordi storici della guerra di Korea, cosa so della sua gente, dei suoi giovani, di quello che fanno i miei coetani koreani oggi? ( Confesso che forse un po’ sono influenzata dalle riflessioni di Terzani scritte in “Asia” che sto leggendo in questi giorni..) Questa è stata la prima, fortunosa, occasione per parlare con loro, confrontarci, guardarci negli occhi, con sensibilità.
Come sempre, le mie titubanze e la mia ritrosia nell’aprirmi sono state scacciate via in un attimo, e la voglia di rimettersi in gioco, di conoscere un po’ di più di questo mondo, prende il sopravvento. A fine serata, quando è stato il momento di pagare, le due ragazze hanno voluto offire per me. Un gesto inaspettato, non richiesto, che mi ha toccato. E poi, quando hanno saputo che non avevo mai assaggiato nessun piatto koreano, mi hanno invitato a casa loro per una cena koreana doc a base di gamberi. Hanno comprato i gamber al mercato del pesce, cucinato per me, fatto entrare e accomodare in casa loro, come si fa con un amico. 

Mentre tornavo a casa in pikipiki guardavo questo meraviglioso cielo notturno stellato e mi è venuto da sorridere pensando che sono dovuta venire in Tanzania per conoscere queste due ragazze asiatiche che nel messaggio di buonanotte mi hanno chiamato “amica”. Ho pensato alla ricchezza che mi stanno regalando questi mesi. Mesi che oltre a farmi scoprire ogni giorno pezzi di un mondo africano su cui ho sempre fantasticato, mi fanno scoprire pezzi di mondo a cui forse non ho mai dato tanta importanza, pezzi di mondo che non conoscevo per nulla e che pensavo non avessero nulla da dirmi. E che invece parlano, parlano tantissimo, se hai voglia di ascoltare e guardare, attraverso gesti, gamberi fritti, una canzone in cui io e Neema ci siamo ritrovate a cantare insieme, un “buona notte” dettoci in swahili.